Foto di scena ©Manuela Giusto

L’eterno conflitto fra colpa e ragione

L'Antigone di Filippo Gili

Per tutte le vittime di sopruso, la figura di Antigone continua a ergersi a baluardo di una giustizia morale superiore a qualsiasi legge scritta. Più che mai sviscerata nei secoli da studiosi, filosofi e psicanalisti, la storia dell’eroina greca che trasgredisce la legge della polis dando sepoltura al fratello Polinice – nemico di Tebe – contro il volere del sovrano Creonte, sembra essere fonte inesauribile di riflessioni attorno agli eterni conflitti che la sottendono: fra legge dello Stato e legge della pietas, destino e libero arbitrio, apollineo e dionisiaco, super-io e inconscio. Cos’ha da dirci di nuovo l’eroina sofoclea?

Al Teatro dellOrologio, bastano soltanto due tavoli sospesi (scene Francesco Ghisu) per ricostruire l’Antigone nella nuova versione di Filippo Gili (produzione Uffici Teatrali). Immersa in luci blu notte (disegno luci Daniele Compagnone), ecco la protagonista correre in preda al panico mentre discute con la sorella Ismene, che cerca di dissuaderla dal compiere il gesto ribelle che la consegnerà al destino. Ma i buoni consigli non possono niente contro una morale ostinata. Così, mentre il coro – due «bottegai» intenti a tagliare stoffe – scandisce e commenta la vicenda in un buffo dialetto del Nord, il Messaggero – un povero diavolo che sembra uscito direttamente dalla Commedia dell’Arte – consegna la colpevole Antigone a Creonte (Filippo Gili).

La regia di Gili gioca sul contrasto fra ironia e pathos sopra le righe; anche la caratterizzazione dei personaggi è volutamente esasperata. Creonte è la ragione, sovrano freddo e pragmatico caratterizzato da un’interpretazione sottratta a qualsiasi eccesso—ché le parole di Sofocle sono già terribili di per sé, senza bisogno di doverle accentuare. Antigone è il sentimento di un’intensa Vanessa Scalera che, al contrario, carica parole e gesti di nervosa drammaticità. E se l’incontro-scontro con Ismene (Barbara Ronchi) testimonia un rapporto fisico e viscerale, l’eroina e Creonte sono invece distanti sulla scena scena, a malapena si guardano, come se il distacco fisico amplificasse il conflitto figurato fra le loro posizioni inconciliabili.

Creonte difende l’ordine dello Stato e offende la pietà per i morti; Antigone onora la pietà ma trasgredisce le leggi dello Stato. Da qualsiasi prospettiva la si veda, si viene a creare una contraddizione di fondo per cui entrambi hanno ragione e allo stesso tempo sono colpevoli. Il fragile equilibrio degli opposti esplode nella tragedia di Sofocle in una distruzione senza pietà. Ora, per Antigone/Scalera, condannata da Creonte a essere sepolta viva, sarà un viaggio verso gli inferi della follia – il corpo pervaso da pulsioni irrazionali –: l’eroismo lascia spazio a un’umanissima paura, non solo di morire ma di essere strappata dal diritto di essere madre, come presagisce tristemente l’etimologia del suo nome («anti-generazione»). Per Creonte/Gili, il contrappasso non sarà meno crudele; infatti, pur risparmiandosi la vita, guarderà con distacco “brechtiano” l’ultimo bagno di sangue che coinvolgerà la sua famiglia, come predetto dall’indovino Tiresia.

Pur faticando a tratti a trovare un ritmo interno omogeneo, i conflitti imprescindibili dell’Antigone emergono in questa nuova versione di Filippo Gili con rinnovato vigore, minore solennità e, inaspettatamente, più ironia.

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 24 novembre 2015