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Mirai

Un film sulla crescita personale e l’acquisto di consapevolezza e coraggio

Il fatto di poter creare su carta storie fantastiche che possano sfidare le leggi della fisica e del tempo, avendo solo come limite quello dell’immaginazione, apre sicuramente infiniti scenari. L’estetica dell’anime, derivante da una base artistica tanto affascinante quanto distante da quella occidentale, prende spunti dal Bushido e da dettami filosofici e culturali molto forti e presenti in Giappone. Interessante scoprire come l’anime, che nasce inizialmente come mezzo dallo scarso budget, abbia fatto di necessità virtù. Infatti una delle caratteristiche di questo mezzo è quello di usare l’animazione limitata, ovvero, dai quindici disegni al secondo usati dalle produzioni Disney, se ne usarono per necessità solo cinque al secondo. Da qui l’originalità rivoluzionaria che con il tempo acquistò un suo perché, andando contro la regola secondo cui in animazione non si dovrebbe mai muovere il disegno ma disegnare il movimento. Il momento o movimento è estemporaneo e al servizio dell’emozione. Utilizzando situazioni accattivanti ma di veloce interpretazione, con pochi movimenti si detona un’esasperante attesa o enfatizzazione che suscita tanto, appunto con poco, nello spettatore.

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Presentato al Festival di Cannes nella sezione parallela Quinzaine des Rèalisateurs Mirai (2018), che vuol dire futuro, di Mamorou Hosoda, è un lungometraggio animato di formazione, che ci mostra come il protagonista, Kun, fino a quel momento figlio unico, affronti l’arrivo in famiglia di una piccola sorellina appena nata. Tra capricci, dispetti e la ricerca spasmodica di attenzione, il piccolo crescerà e imparerà ad accettare questo nuovo arrivo in famiglia ma soprattutto prenderà coscienza del suo nuovo ruolo di fratello maggiore. Kun raggiungerà la propria maturità tramite incontri fantastici grazie alla magia di un albero (genealogico) presente nel loro giardino. Le lezioni gli verranno impartite da membri della sua famiglia, in differenti momenti della loro vita. Vi sarà appunto un viaggio nel tempo tra presente, passato e futuro che formerà l’esperienza del piccolo Kun tramite gli insegnamenti e i consigli dei suoi incontri. Incontrerà dapprima un principe spodestato dal suo palazzo, che si scopre essere il suo cane, che come lui e prima di lui, ha dovuto accettare un nuovo arrivo in famiglia, il suo. Questo piccolo esempio è uno dei tanti incontri, ma è bello anche, la modalità che fa si che ci si trovi senza accorgersene a viaggiare nel tempo e nello spazio senza regole e quando meno che te lo aspetti ti vedi volare come un volo pindarico sopra le teste della città o in motocicletta ad altissima velocità con il tuo bisnonno da giovane al volante.

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Una storia bellissima che porta Kun verso la crescita e l’indipendenza, dove metaforicamente e non, nel finale, toglierà finalmente le rotelle dalla sua bicicletta e comincerà a pedalare da solo. Un’azione, come molte altre che vedremo, che in fondo appartengono anche a tutti noi. Come un album di fotografie di famiglie, o enciclopedia della memoria, che sfogliato con la magia, unisce passato, presente e futuro al servizio del piccolo di casa. Colonna sonora city pop giapponese di Tatsuro Yamashita, niente male, ma ovviamente chissà che dicono, ma forse è anche questo il bello dell’anime giapponese.