Stephen Land Don't Breathe Man in the Dark

Man in the Dark – Fede Álvarez

Man in the Dark, in originale Don’’t Breathe, è il secondo lungometraggio del regista uruguayano Fede Álvarez che, dopo essere stato notato da Sam Raimi grazie a un cortometraggio (Attacco di panico) diventato virale su YouTube, esordì nel 2013 proprio con il remake de La casa; anche in questo nuovo lavoro campeggia sulla locandina il nome di Raimi in veste di produttore.

Il film appartiene al genere thriller-horror e in particolare a quella sottocategoria conosciuta come home invasion che prevede l’’assedio da parte di una minaccia esterna ai danni di chi cerca di barricarsi in casa (ne è un esempio il recente La notte del giudizio, ma l’’elenco è lungo). Già dalla scelta del genere, Álvarez dimostra di essere innovativo e originale: la storia infatti racconta di tre ragazzi che entrano nella casa di un ex veterano di guerra cieco (Stephen Lang) per derubarlo della sua piccola fortuna, un risarcimento a sei cifre per la morte della figlia investita da una donna ricca.

Man in the Dark locandina

I “cattivi” della storia dunque sembrerebbero i tre ragazzi, ma piano piano veniamo a conoscenza delle reali motivazioni del furto, voluto soprattutto dalla protagonista Rocky (Jane Levy) che desidera per lei e la sorellina un futuro migliore, lontano da una famiglia disagiata. Dall’’altra parte c’è Blind Man, l’’anziano “sotto assedio” che, devastato dalla perdita della figlia, si dimostra però essere meno innocente e molto più pericoloso delle aspettative. Chi è allora il vero villain della storia? Per chi fare il tifo in questa vera e propria lotta per la sopravvivenza all’’interno della casa? Il regista non dà un giudizio morale sui personaggi, spinge piuttosto lo spettatore a interrogarsi su quello che vede e a lasciarsi coinvolgere dalla storia.

Man in the Dark still

Man in the Dark colpisce non solo per la sua imprevedibilità e per la tensione costante che riesce a creare, ma anche per l’’abilità registica di Álvarez che usa i movimenti di macchina per seguire i personaggi all’’interno della claustrofobica casa e per costruire un labirinto di stanze da cui sembra impossibile uscire. La fotografia enfatizza il contrasto cromatico fra luce e oscurità, fra il fuori del quartiere fantasma di una decadente Detroit (che ricorda Solo gli amanti sopravvivono e It Follows) e il dentro angusto abitato da una sorta di “mostro” che sembra essere immortale e invincibile; Blind Man infatti, grazie alla bravura di Stephen Lang, è il personaggio senza dubbio più interessante proprio per il suo essere quasi non umano, una

creatura che vive nel buio, un uomo-nero che ha in parte i tratti animaleschi di una bestia feroce e in parte quelli soprannaturali di un Michael Myers della più classica tradizione slasher.

Fede Álvarez con questo Man in the Dark si conferma regista interessante nel panorama horror e, dopo un remake, lavora adesso su un soggetto originale, un thriller intenso e tecnicamente ammirevole che mette in scena un eterno inseguimento, una lotta a chi è più astuto e un continuo e imprevedibile ribaltamento delle parti.