L'uomo nel diluvio Malorni Amendola

L’Uomo nel Diluvio – Amendola & Malorni

Talvolta nella vita capita di smarrirsi: di fermarsi un attimo, guardarsi allo specchio e non riconoscersi più, non ritrovarsi più—un grande dolore, poi il vuoto.

Ieri sera al Vascello è da una stanchezza esistenziale che tutto è cominciato, da un grande orologio, da lancette ferme, da mani serrate, da un volto emaciato, da un uomo spossato: da un’attesa infinita. Ecco allora che quando il futuro si sgretola e comincia a corrodere anche il presente, non rimane che una cosa da fare: invocare la catastrofe. Après mois le déluge.

L’uomo nel diluvio è la parabola di un trentenne che, stremato dall’indifferenza di uno Stato latitante, si fa moderno Noè, vale a dire l’uomo testimone del fallimento di dio. Non Giobbe che viene messo alla prova, né Giacobbe che sogna la scala per il paradiso, ma Noè, colui che è costretto a sobbarcarsi le ripercussioni di un errore che non ha compiuto. Così è l’uomo di Valerio Malorni, una persona qualunque, onesta, innocente dei disastri della politica, che però da figlio della grande menzogna moderna chiamata democrazia è solo, solo come tutti, solo fra tutti, e non può concedersi neanche il lusso della chiamata di dio, ma nella desolazione di una vasca vuota, proiezione di un’arca interiore collettiva, decide infine di emigrare in Germania per tentare almeno di salvare la sua famiglia dal disastro. Qui, in una nazione dalle lacrime rapprese in neve, dove nessuno può capire la sua storia, la sua lingua, il suo disagio, mette fortunosamente in scena lo spettacolo del suo diluvio personale, un’impresa impossibile che riuscirà tuttavia a toccare le corde più intime del critico di punta dello Spiegel: una folgorazione che in un gioco di “specchi” svelerà al giornalista il mutismo anonimo del suo paese e al povero emigrante infonderà infine il calore per erompere in un pianto liberatorio – nuovo diluvio dall’augurio universale.

Lo spettacolo di Simone Amendola e Valerio Malorni (Premio In-Box 2014) coinvolge, diverte ed emoziona il gremito pubblico di Teatri di Vetro, trascinato in una storia tragicomica toccante che è riflesso di una condizione storico-sociale vicina e complessa. Eppure, al di là dello spettacolo che conferma il suo successo, al di là dell’ottima costruzione scenica, drammaturgica e attoriale, al di là insomma del teatro, L’Uomo nel Diluvio lascia emergere un’importante questione che sembra rimanere irrisolta: la necessità del diluvio. Irrisolta non tanto nella scena, perché c’è, bensì nel pubblico che resta passivamente soddisfatto: indignato dal dramma sociale denunciato, commosso dalla vittoria dell’eroe.

Gli spettatori dunque tornano a casa appagati, ma lasciano il teatro vuoto, più effimero di prima, senza cogliere che la crisi non è una fatica erculea da superare per poi essere ricompensati, ma il motore della vita, perché forse ciò che serve non è costruire ma imparare a ricostruire dopo aver fatto l’esperienza dolorosa eppur necessaria della perdita.

Ascolto consigliato

Teatro Vascello, Roma – 19 settembre 2014