Foto di scena ©Manuela Giusto

Carrozzeria Orfeo e la teoria del «turpiloquio»

Ripensando a Thanks for Vaselina da Kilowatt a Teatri di Vetro

Thanks for Vaselina di Carrozzeria Orfeo fu uno degli spettacoli scelti dai Visionari [spettatori non addetti ai lavori, ndR] di Sansepolcro per l’ultima edizione del Kilowatt Festival. Cosa c’entra questo con Teatri di Vetro? C’entra, perché la reazione che ne seguì può dare agli spettatori romani il polso della situazione e, nella fattispecie, della drammaturgia di Gabriele di Luca: sarcastica, affilata, grottesca, calibrata, surmoderna.

Fu la pièce su cui si concentrarono le maggiori attenzioni e perplessità. Tutte riconducibili all’«eccesso»: «troppo turpiloquio» affermavano moraleggianti i Biturgensi più canuti, e «quanta sovrabbondanza di materiale». Ma vediamo.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

Fil (Di Luca) e Charlie (Massimiliano Setti) coltivano marijuana in casa per spacciarla in Messico, invertendo il normale andamento del mercato; Lucia (Beatrice Schiros), la madre di Fil, vive al piano di sotto, fa da badante alla prozia, è sensibile ma ludopatica compulsiva; Wanda (Francesca Turrini), troppo grassa per i canoni estetici moderni, riversa il suo desiderio represso di affetto sul fratellino down, e per questo viene cacciata di casa; Annalisa (Alessandro Tedeschi, oggi) è un transessuale, padre di Fil e marito di Lucia, che dopo quindici anni di assenza torna dalla famiglia ma è manovrato psicologicamente da una setta religiosa che vuole impossessarsi dei suoi beni. Tutti in lotta con i propri demoni, ognuno con i propri scheletri nell’armadio: talmente nauseabondi che per liberarsi è necessario dare di stomaco, evacuare il lordume che insozza le vittime dei familiari e che ne ostruisce le vite.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

Carrozzeria Orfeo mostra per novanta minuti la trave che alberga nell’occhio contemporaneo: lo sfruttamento dei popoli, il narcotraffico, i bisogni sessuali di abili e disabili, le affezioni che incrostano legami difficili da recidere o da innestare, diritti e propositi gridati e mangiati dal vento, le urgenze di dirigere la vita verso un senso. È qui che la regia, l’agire scenico e la scrittura – come in sincrasi tra loro – vanno a incidere, e così come non scelgono la poeticità, non optano neppure per la metafora, perché è la stessa accumulazione ipertrofica, lo stesso affastellamento di tante traiettorie possibili, a non permetterla in quanto non più identificabile.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

Il linguaggio diretto e – della strada –, il turpiloquio, l’umorismo grottesco, il cinismo, il paradosso, sono le armi con cui difendersi da una vita minata; anche se, talvolta, lo sguardo eccessivamente caustico si divora da solo: nella storia e nei suoi risvolti metaforici.

Che significato, dunque, può avere il simbolo o la sintesi dove tutto è pervasivo, globale, tanto da rendere così singolarmente verosimile un appartamento in periferia sempre sul punto di esplodere e, al tempo stesso, da abitarlo come un non-luogo di rifugiati famelici d’amore? È proprio il continuo sforzo di rappresentare tale iato che forse mostra i maggiori rischi: l’impronta platealmente serial rischia infatti di rivolgere tali armi contro se stessi e anziché anticipare un percorso accidentato renderlo talvolta prevedibile.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

Camminare sul crinale, ad ogni modo, non è cosa facile e Thanks for Vaselina ne è, al netto di tutto, – sia a livello drammaturgico che attoriale – un tentativo genuino, forte, pressante, profondo.