Locandina

Passi. Una Confessione – Bartolini/Baronio

Forse la vita è troppo dura.
Forse bisogna soffrire, rinunciare, imparare a perdere.
Rompere lo specchio dipinto e guardarsi a pezzi.
E poi magari ricominciare, o meglio, riprendersi la vita—per quel che è.

È proprio qui che ci accompagna la coppia Bartolini/Baronio, in quella desolazione dell’animo che segue la distruzione: quando ogni certezza crolla e ci si riscopre fragili, inermi, soli. Tutto ha inizio con un’apocalisse interiore, una donna riscopre sé stessa.

Tamara Bartolini (autrice, interprete unica, co-regista) appare esitante, traballa, si sostiene a una fune, la testa è infossata tra le spalle, gli occhi sgranati, il corpo abbandonato all’oscillazione. In bilico fra passato e presente, ripercorre le tappe di una vita: sogni, ricordi, idee, che si affastellano gli uni sugli altri, e inciampano ogni volta sul filo di quella consapevolezza duramente conquistata. Sono i suoi Passi, maldestri eppure rinnovati, che disertano la strada dell’ingenua felicità per esplorare, senza più paure o renitenze, i vicoli ciechi della propria debolezza. Ecco allora che questa sorta di apologia della perduta innocenza prende forma nel retro delle parole, quando lo sfogo verbale si spezza e d’improvviso lascia spazio al silenzio più profondo.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Il Teatro Argot non è mai sembrato così stretto: i fari a terra tagliano i profili, gonfiano le ombre, schiacciano il pubblico contro il fondale. Raggomitolato fuori scena, Michele Baronio (scene, luci, suoni, regia) traccia nel buio la mappa emotiva dello spettacolo, con effetti sonori e proiezioni artigianali, “costruiti” sul momento. E si rimane sospesi, allora, di fronte a quel pendolo umano che si fa, a momenti alterni, scomoda altalena e largo cappio, ultimo indugio tra la presa di coscienza e l’incertezza sul da farsi.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Rispetto allo studio presentato lo scorso giugno (vincitore del premio Dominio Pubblico OFFicine), Passi acquisisce ora una dimensione più amaramente ironica, in cui il sorriso cede alla smorfia dolente: è la ferita della disillusione. Una rivelazione schietta, sentita, che – pur patendo a tratti una certo eccesso di immagini, in cui il detto ruba spazio al silenzio – con coraggio afferma il nostro fondamentale diritto alla krìsis: passo doloroso ma irrinunciabile alla crescita dell’individuo.