glory slava grozeva valchanbov

Cronache del Pardo #1

Il nostro reportage dal 69esimo Festival del Film di Locarno

Come è stato già sottolineato dalle parole del direttore artistico Carlo Chatrian nella conferenza stampa di presentazione, la 69esima edizione del Festival del Film di Locarno segna un ritorno allo spirito originario della manifestazione, caratterizzato da un’attenzione particolare a cinematografie meno note e artisti emergenti che cercano attraverso la forma filmica di investigare e riflettere su modelli rappresentativi sperimentali e di avanguardia.

Nonostante l’anno scorso la sezione principale del festival ovvero il Concorso internazionale fosse stata animata da autori estremamente celebri al pubblico dei grandi festival e non (tra cui Chantal Akerman, Andrej Zulawski, Ben Rivers, Alex van Warmerdam e Hong Sang-soo) quest’anno è stato preferito ricercare artisti meno noti spaziando e coprendo diversi generi e registri. I primi due film presentati in questa sezione, estremamente diversi tra loro, trovano un punto d’incontro nell’originale esperienza immersiva che forniscono allo spettatore con l’intento di indagare le pieghe dell’animo umano e le mille sfaccettature che ne compongono l’esistenza.

Glory (Slava) opera seconda del duo bulgaro composto da Kristina Grozeva e Petar Valchanbov, già autori dell’acclamato The Lesson-Scuola di Vita presentato tra gli altri a Toronto e San Sebastian, ci cala in un assurdo e crudele turbinio di coincidenze mettendo a dura prova la morale e l’esistenza dei protagonisti. Una parabola sociale la cui paradossalità è tuttavia frutto di una sistema reale (i fatti sono rielaborati da un evento accaduto in Bulgaria) in cui domina l’ipocrisia, la corruzione e la mancanza di scrupoli, dove non c’è spazio per eroi e chi si professa tale, o viene additato come tale, dovrà presto affrontare la ferocia di una società dalla quale è impossibile uscire senza macchia e senza colpa.

 

Correspondêcias, Rita Azevedo Gomes, 2016

Correspondêcias, Rita Azevedo Gomes, 2016

Anche il secondo film in concorso per il Pardo d’Oro Correspondêcias, l’ultima opera della regista portoghese Rita Azevedo Gomes, nonostante adotti un sistema espressivo visionario e poetico, estremamente lontano dal crudele cinismo del primo, fa riflettere lo spettatore sull’avidità e la meschinità degli uomini, dalla quale cercano di fuggire i poeti Sophie de Mello Breyner Andersen e Jorge de Sena, quest’ultimo costretto ad abbandonare il proprio paese natale emigrando prima in Brasile e poi negli Stati Uniti. La corrispondenza epistolare tra i due delinea il racconto evocando memorie individuali e storiche, generando un ponte tra passato e presente che lega le loro esistenze, la loro continua ricerca di libertà sociale ed espressiva, all’autrice stessa, ai suoi dolorosi ricordi della dittatura, la quale decide di mettere in scena queste inquietudini attraverso un’audace strategia formale, unendo immagini di repertorio e d’archivio a tableaux vivants in cui i suoi amici/collaboratori danno voce e/o corpo ai dialoghi tra i due poeti. Uno sguardo unico in cui la poesia si fa protagonista, dando vita ad un insieme di esperienze, sensazioni tattili e visive che aprono lo spazio ad un incontro multisensoriale con la memoria storica e il suo atto di costruzione attraverso l’immagine filmica.

I Had Nowhere to Go jonas mekas

I Had Nowhere to Go, Douglas Gordon, 2016

Controcorrente, evocativo, visionario è anche il rapporto tra immagine e parola che caratterizza il primo film presentato nella sezione Cineasti del Presente, I Had Nowhere to Go di Douglas Gordon, poliedrico artista scozzese, celebre specialmente per le sue video installazioni, che restituisce un’immagine al racconto di vita di Jonas Mekas, filmmaker di origine lituana costretto a fuggire dal proprio paese alla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’immagine che accompagna questo viaggio, attraverso la lettura di estratti del libro di memorie scritto da Mekas nel 1991, è una non-immagine ovvero il misticismo dello schermo nero cinematografico. Un racconto di esilio di cui non è stato possibile catturare immagini, la cui sostanza verrà invece proiettata dallo spettatore stesso sullo schermo della sala. Parole evocate tra suoni e frastuoni (esplosioni di bombe) che trasformano un racconto personale in un film-saggio, riflettendo sul potere del cinema nel farsi costruttore di memorie individuali e storiche indagando il senso di appartenenza e origine. La documentazione incessante e insistente della propria quotidianità da esule, ma appartenente all’umanità e al cinema stesso, è anche lo spirito che ha caratterizzato il lavoro di Jonas Mekas, padre fondatore del cinema Underground Americano, condizionando comunque tutti i registi “sperimentali” passati o meno da New York e dintorni negli anni Sessanta e Settanta.

Mekas è stato inoltre vero e proprio protagonista del primo giorno di festival presentando la copia 16mm di Walden Diaries, Notes, and Sketches (1969), un’antologia di filmati girati tra il 1967 e 1968 sulla città che lo ha accolto, sulle persone che ci vivono e sulla sua quotidianità. Eludendo la forma narrativa lineare, Mekas nel suo film si concentra sulla dimensione esperienziale e percettiva attraverso la manipolazione di immagini, rendendo l’opera una saggio poetico e visionario sulla realtà che ci circonda. Film, storie e racconti estremamente personali o circoscritti che hanno bisogno di essere condivisi, attraverso il cinema e attraverso un festival che raccoglie queste storie fornendo una nuova dimensione e uno spazio di fruizione, elaborazione e riflessione.