le leggi del desiderio muccino

Le leggi del desiderio – Silvio Muccino

Roma, una calda domenica invernale. Se come me qualcuno di voi pensava che le proiezioni del primo pomeriggio domenicale fossero popolate da misteriose creature provenienti da altre galassie, bene, eccoci smentiti. Con sommo piacere vi garantisco che, nonostante i pranzi domenicali, nonostante la Serie A, nonostante ci sia una giornata primaverile; una quarantina di persone, delle fasce d'età più variegate, sono al cinema alle 15 in punto pronte ad assistere allo spettacolo. D'altro canto nella programmazione attuale c'è veramente l'imbarazzo della scelta: Vizio di forma, Birdman, Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza, solo per citarne alcuni. Magari qualcuno si è perso questi film e cerca disperatamente di recuperarli in toto nell'unico giorno libero a disposizione. Nessuna sorpresa quindi. E se vi dicessi che il film che sto per vedere è l'ultimo di Silvio Muccino? Autolesionismo di massa? Vedremo.

A quattro anni di distanza dall'ultimo film, Muccino torna dietro la macchina da presa (e non solo) con Le leggi del desiderio, pellicola che vorrebbe esplorare quella pulsione emozionale citata nel titolo, ma in realtà scade nella più banale storia d'amore, una di quelle che da anni il cinema hollywoodiano si ostina a produrre. Se a Hollywood, però, si cerca di diversificare i plot, inserire inusuali colpi di scena o magari cercare nuovi stimolanti campi da esplorare, il regista-attore-sceneggiatore romano si accontenta della classica e abusata formuletta.

Capelli lunghi, spesso legati indietro e abbigliamento da guru, Giovanni Canton (Muccino) è uno spassionato life coach (vi ricorda qualcuno? Ci torneremo), capace di attirare a sé tutti quelli che lo circondano grazie al suo magnetismo. Lui, però, è uno spirito libero e non vuole legarsi a nessuno. Nella sua sfida, della durata di sei mesi, tenterà di condurre tre persone a realizzare i propri desideri: una segretaria che si diletta a scrivere romanzi erotici (Carla Signoris), un disoccupato sessantenne (Maurizio Mattioli), e una giovane e fragile editor (Nicole Grimaudo). Nel corso del film Canton si scoprirà più fragile di quanto voglia apparire e s'innamorerà di una delle tre persone che vorrebbe aiutare. Non vado oltre, vi rovinerei il finale.

Questi quattro anni trascorsi dall'ultimo lavoro avranno fatto bene al regista? Quattro anni sono un lungo periodo. È un periodo sufficiente per riflettere sugli errori commessi in precedenza e trovare nuovi stimoli per il presente; un periodo per trovare un modo di zittire le critiche del passato e guadagnarsi la stima e la credibilità per il futuro. Invece il temerario Muccino, infischiandosene di tutto, torna con questa sceneggiatura scritta ancora una volta a quattro mani con Carla Evangelista (già, ben due cervelli). La recidiva coppia –- che già aveva deliziato il pubblico italiano con Parlami d'amore e Un altro mondo -– mette in piedi una storiella che anche il peggior automa appena uscito dalla Scuola Holden avrebbe scritto meglio. I dialoghi piatti e i risvolti prevedibili sono imbarazzanti, le macchiette dei deuteragonisti, volte a strappare sorrisetti qua e là, sono a lungo andare fastidiose. E siamo solo alla sceneggiatura.

Passiamo alla direzione. Il regista non sarà di certo Iñárritu o Sokurov, ma il breve piano sequenza che apre il film non è tecnicamente malvagio. Malvagi sono i protagonisti che lo popolano, caricati di quella dose di schizofrenia tanto cara ai fratelli Muccino. Questi personaggi, evidentemente avvezzi all'uso e all'abuso di sostanze stupefacenti, s'impegnano affannosamente a non far cogliere nemmeno una parola allo spettatore, centrando l'obiettivo di riuscire a stordirlo sin dal principio. Avete presente la parodia dei The Jackal Ogni maledetto Natale? Bingo!

Magnolia Tom Cruise

Magnolia, Paul Thomas Anderson, 2000

Veniamo al Muccino attore. La fonte d’ispirazione è chiaramente Frank T.J.Mackey (Tom Cruise) di Magnolia. La carriera di Tom Cruise è sempre stata altalenante, ma di certo uno dei suoi acuti lo si può ritrovare proprio in questo film. Qui Cruise, però, è diretto da un mostro sacro chiamato Paul Thomas Anderson. Cosa avviene quando il Muccino attore vuole imitare Tom Cruise auto-dirigendosi? Prendiamo sempre una delle scene iniziali: Canton è impegnato a dare una dimostrazione del suo savoir-faire a un gremito numero di fans. L'aspetto è quello di Cruise, l'atteggiamento è di Leonardo Di Caprio alias Jordan Belfort (The Wolf of Wall Street), mentre i movimenti della macchina da presa sono quelli di Braveheart. In questo guazzabuglio a emergere è soprattutto la mediocrità recitativa dell'attore romano, poco credibile e mestamente fuori luogo.

Eppure l'attore ci prova e si sforza, ma gli manca il physique du role, o quella cosa alla quale ricorrono gli attori per sopperire a una mancanza del genere: il talento. L'andazzo non migliora con il prosieguo del film e, in definitiva, si può concludere che Muccino non ha fatto tesoro dei propri errori e continua a perseverare. La direzione tecnica, senza infamia né lode, è l'unica cosa che andrebbe salvata, ma è ancora troppo poco. Ecco, forse se Muccino decidesse di stare solo dietro la cinepresa a dirigere altri attori e storie scritte da altri, probabilmente non sarebbe nocivo al cinema italiano.

Il film è terminato, il tanto sospirato epilogo, già intuibile dopo i primi dieci minuti, è finalmente arrivato. Lo spettacolo ha strappato qualche sorriso e (ahimè) anche qualche consenso. Forse ero veramente l'unico autolesionista presente in sala. “Continuiamo così, facciamoci del male” direbbe Nanni Moretti.