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La spia – Anton Corbijn

È uno spaccato di realtà contemporanea, quella della diffusa paura verso alcuni soggetti “comunemente” considerati pericolosi, che il regista e fotografo olandese Anton Corbijn sottolinea sin dai primi minuti: se sei giovane, con la barba, vestiti larghi e un aspetto simil-islamico, allora sei una potenziale minaccia per la sicurezza mondiale e, dunque, preventivamente perseguibile. Inizia così La Spia – A Most Wanted Man (basato sul romanzo Yssa il buono di John le Carré), thriller in concorso alla sezione Gala, che immortala l’ultima interpretazione di Philip Seymour Hoffman.

Sullo sfondo di una Amburgo tiepida e cinerea, la paura e la diffidenza post 11 settembre e la supposta presenza di cellule terroristiche islamiche, mantiene i servizi segreti in un costante stato d’inquietudine. La divisione anti-terrorismo, infatti, deve indagare sul fuggiasco Yssa Karpov (Grigoriy Dobrygin), un giovane russo-ceceno, e quindi possibile militante jihadista, coinvolto in un traffico di denaro insieme al banchiere Thomas Brue (Willem Dafoe) e al distinto accademico musulmano Abdullah (Homayoun Ershadi).

Assolutamente perfetto nei panni di Günther Bachmann, capo di una piccola squadra di spie, l’attore americano premio Oscar è una lama perforante di sguardo, volto e corpo che taglia lo schermo e trasmette, con pungente raffinatezza, una personalità glaciale, passiva, quasi insensibile. Tutt’attorno si respira un’apatica e vitrea impassibilità che si diffonde tra tutti i personaggi, spingendoli verso una esagerata indolenza emotiva. A cominciare dal braccio destro di Bachmann, Erna Frey (una algida Nina Hoss), proseguendo per la scaltra agente della CIA Martha Sullivan (Robin Wright), fino allo stesso Yssa e alla sua affascinante avvocatessa – “pro bono”, dunque sospetta – Annabel Richter (Rachel McAdams), la cui intuitiva attrazione svanisce, come tutto il resto delle azioni, delle vicende e della tensione, nella nebbia di una sceneggiatura e di una regia che si sfibrano in una timida monotonia.

Siamo di fronte a una scelta stilistica che si astiene dall’osare, dall’affondare un colpo che, in una spy story ricca di intrighi, doppi giochi, complotti e inganni, potrebbe provocare nel petto di chi guarda, una palpitante attrazione, frutto di un gioco psicologico tra apprensione ed eccitazione, desiderio e appagamento. Quel che – a malincuore – si riscontra tra le immagini è invece un prolungato senso di sospensione, un persistente stallo visivo e narrativo – persino nell’unico colpo di scena – che rischia di calare gradualmente lo spettatore in una fredda e ipnotica percezione di confusione, al quale si aggiunge l’acre sensazione di non aver sfruttato appieno le grandi potenzialità del cast e di aver trascurato l’intensità di una storia di sconcertante attuale (pre)potenza.