la macchinazione

La Macchinazione –- David Grieco

Massimo Ranieri veste gli illustri panni di Pier Paolo Pasolini, interpretandolo durante gli ultimi mesi di vita, tra la post-produzione di Salò o le 120 giornate di Sodoma e la stesura degli “Appunti” che saranno poi raccolti postumi nel 1992 in Petrolio. David Grieco (Evilenko, 2004), che conobbe Pasolini e col quale collaborò, cerca di decostruire la versione ufficiale sostenendo che il rapporto di Pasolini col giovane Pelosi non fu occasionale, ma durò diversi mesi e il ragazzo venne utilizzato come esca per l’’omicidio, pianificato da personalità ubicate ai piani alti del potere e messo in atto dalla Banda della Magliana (la cui nascita le fonti storiche daterebbero 1976).

Il film racconta che i malviventi sottrassero i negativi di Salò chiedendo un riscatto e, tramite Pelosi, attirarono Pasolini a Ostia. Le motivazioni dell’efferato delitto sarebbero da ricondurre alle indagini che il poeta stava compiendo per Petrolio e nello specifico su Eugenio Cefis, successore di Enrico Mattei alla presidenza dell’’ENI (probabile pianificatore dell’’incidente aereo in cui perse la vita) e fondatore della Loggia Massonica Propaganda 2 (P2). Queste indagini pasoliniane sono messe in scena attraverso alcuni incontri con tale Giorgio Steimetz pseudonimo di Corrado Ragozzino, il quale scrisse Questo è Cefis, l’’altra faccia dell’’onorato presidente, testo ritirato a sole 48 ore dalla sua uscita, che Pasolini riuscì a leggere in maniera fortunosa.

La macchinazione Massimo Ranieri Pasolini

Le intenzioni di Grieco sono tra le più nobili e non possiamo che condividere con il regista la volontà di venire a conoscenza della verità. Purtroppo però un film non può comporsi solamente d’’intenzioni. Vicende simili toccano molte realtà e svariate personalità, i cui nomi non possono essere conosciuti dall’’intero pubblico. Di conseguenza diventa necessario pensare a modalità per far sì che allo spettatore non rimangano troppi interrogativi; in questo caso la scelta è ricaduta sulla parola e le informazioni farciscono i dialoghi in maniera grossolana, nascoste male in una telefonata o in uno scambio di battute, rendendo estremamente didascalici alcuni passaggi e appesantendo il naturale scorrere del film.

A gravare ulteriormente sulla schiena della pellicola sono alcune scelte stilistiche ripetute. Proprio le numerose ripetizioni dello stesso effetto non fanno altro che togliere spessore a quello che sarebbe potuto essere un buon escamotage visivo. Per finire si è tanto lodata la scelta di Massimo Ranieri come protagonista del film. Alcuni tratti del suo viso ricordano Pasolini, ma la caratterizzazione del personaggio lascia a desiderare: Ranieri ha dieci anni di più di quelli che aveva Pasolini quando fu assassinato, l’’attore napoletano non riesce a entrare appieno nei panni del poeta, a calarsi in profondità nella sua interiorità, complici alcune citazioni del pensiero pasoliniano che gli autori gli mettono in bocca senza né il tempo né le intenzioni di essere approfondite. Inoltre il suo fisico non si avvicina a quello asciutto e prestante dell’intellettuale friulano, suscitando il sorriso nella sequenza della partita di calcio.

Grieco conferisce alla narrazione toni da thriller, da spy story, cerca di dipingere Pasolini nella sua grandezza e nelle sue contraddizioni, ma non riesce né a dare la profondità che meriterebbe al personaggio né la solidità necessaria alla storia. Certamente è un film che può risultare propedeutico per il disinformato e restituire una lettura alternativa alla già poco plausibile versione ufficiale, ma sembra l’ennesima occasione mancata per lasciare un segno indelebile che permetta di sensibilizzare a fondo il popolo italiano, com’’era nelle intenzioni del regista.

Forse è proprio lo straordinario peso intellettuale di Pasolini a non aver ancora permesso una degna rappresentazione della sua persona e della sua opera al cinema e un film come questo ha l’effetto di far sentire ancora più forte la sua mancanza.

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