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La felicità è un sistema complesso –Gianni Zanasi

Ci sono registi e registi. Ci sono quelli che producono tre film all’anno mentre altri ne fanno appena uno a decennio: Gianni Zanasi sembra appartenere a questa seconda strana categoria e i motivi sono sempre diversi e interessanti. Le difficoltà produttive che incontra questo cineasta sono a me sconosciute, ma quando ci si impiega diversi anni per produrre un film, di solito è perché si sta cercando di fare un film difficile. La felicità è un sistema complesso non rientra neanche un po’ in questo campo.

Il secondo film di Zanasi mette in campo una tematica importante (e forse perfino fondamentale per questo Paese): l’eticità di chi lavora nel campo della grande industria italiana. Valerio Mastandrea fa un lavoro che, almeno nella vulgata comune, non esiste: convincere uomini potenti a rinunciare alla loro posizione per non far fallire le aziende. Per riuscirci mette in campo le sue doti attoriali, cioè si finge amico, confessore, compagno, per poi consigliare un modo indolore per far cedere l’azienda fallimentare. La difficoltà nel definire quest’idea (l’unico vero punto di forza del film) è sintomo della poca chiarezza con la quale la stessa viene esposta nel lungometraggio, tanto che in sceneggiatura si sente la necessità di renderlo esplicito attraverso le battute dell’attore.

Le scene dedicate a questo lavoro sono poche e indefinite. Il film si apre proprio con Mastandrea all’opera e mi sembra chiaro il riferimento che Zanasi (forse più un omaggio) vuole fare a Paolo Sorrentino: tanto dal punto di vista del contenuto, quanto quello della forma si rimanda a L’uomo in più e all’entrata in scena in un locale notturno di Toni Servillo. Il piano sequenza di Zanasi, però, sembra vago, impreciso perfino nei movimenti di macchina, senza un vero punto verso il quale progredire. E a Sorrentino ancora rimandano anche alcuni echi lirici di talune battute del cast senza però riuscire a replicare o omaggiare la consistenza del regista napoletano.

Si diceva dei movimenti di macchina: più volte nel corso del film ne troviamo di lunghi, momenti che dovrebbero essere intensi, e invece si finisce per essere distratti dalle incertezze negli spostamenti, singhiozzi fastidiosi al limite dell’amatoriale. E lo stesso vale per i piani sequenza. La regia in generale è piuttosto incerta e azzarderei dire sbagliata nel momento in cui ci deve mostrare due personaggi che legano, tra i corridoi dell’ospedale, su un brano musicale lento e dolce, e decide di mostrarceli con due primi piani oppositivi, cioè l’uno alla massima distanza dell’altro, mettendoli ai margini dell’inquadratura e lasciando molta “aria” tra di loro.

La sceneggiatura è dispersiva e “non ha buchi, ma crateri” per citare la stessa: molti momenti appaiono inutili, specie nel modo ricorrente con la quale Zanasi ha deciso di metterli in scena e cioè con dei ralenty iper-reali, eccessivi, sbordanti, corredati di brani pop, talmente numerosi nel film che a portarli a velocità normale si perderebbero 20 minuti nel minutaggio totale. Quella della musica è una ferita particolare in questo film: proprio quanto era importante, appassionata e descrittiva in Non Pensarci, qui è inutile, eccessiva e fastidiosa. A volte si può fare un film solo con poche scelte musicali azzeccate, invece qui sembra si proceda alla rinfusa in una compilation stagionale. La caratterizzazione di Mastandrea rimane incerta e a momenti contraddittoria: è uno dalla forte morale? È forse questo il risultato alla quale si voleva arrivare? Nel film non si vede, ma si intuisce appena da pochi elementi sparsi. Il film ambisce a essere tanto commedia quanto dramma sociale, ma nel secondo caso tutto sbiadisce, lo sguardo si perde. Se la commedia funziona alla grande, scritta bene e con tempi comici eccellenti, il dramma è completamente sbagliato.

Il cast eccellente di star (Mastandrea, Battiston, Hadas Yaron) è inutile se poi si decide di fare un film incentrato su uno di loro e su i due debuttanti Filippo de Carli e Camilla Martini. L’interpretazione del primo, specialmente, è semplicemente immatura. La voglia di fare un cinema diverso, impegnato e divertente insieme, cozza con il risultato finale che resta vago: semplicemente questo è un film potenzialmente interessante che però non si sviluppa.

Il cinema è un sistema complesso e Zanasi dovrebbe saperlo meglio di altri. Eppure se ne dimentica disastrosamente.