Pitza-e-datteri

Pitza e datteri – Fariborz Kamkari

Inutile dire quanto sia complicata, specialmente in un momento come questo, la “questione islamica”; il rischio è sempre quello di confondere la religione con l’’integralismo e di lasciare troppo spazio a generalizzazioni accusatorie e infondate. Allora, se i servizi del telegiornale parlano alle folle in tono drammatico, si prova a dire qualcosa in merito attraverso la commedia. Il nocciolo della questione è: quanto è integralista l’’integralista? Pitza e datteri non ha la pretesa di confezionare nessuna spiegazione, ma di dipingere un quadro della situazione più o meno veritiero, non molto delicato.

Ci troviamo, appunto, nel territorio della commedia: la storia comincia con un salone di parrucchiera unisex che ruba il posto all’unica moschea della città, fortemente difesa da un gruppo islamico maschilista. Ironia della sorte. La parrucchiera è la musulmana progressista Zara “che rende belle tutte le mogli”: la cultura del vestiario occidentale è toccata con ironia sottile. Al centro della narrazione ci sono però loro, il gruppo islamico citato sopra, di cui fanno parte tra gli altri il giovane imam Karim e il veneziano Bepi (Giuseppe Battiston), disposti a tutto pur di salvare il luogo di culto che si sono visti sottrarre.

pitza e datteri

Il problema della commedia impegnata è che se da un lato aiuta a trattare temi scottanti strappando di tanto in tanto un sorriso, dall’altro rischia invece di tirare troppo la corda, di diventare maschera di se stessa perdendo credibilità. Il caso di Pitza e datteri è forse sospeso tra le due possibilità: non diventa mai una caricatura, ma non riesce nemmeno ad esaurire completamente le possibilità del tema affrontandolo attraverso una “narrazione altra”. La comicità di cui il film fa uso non sempre convince appieno: sembra appartenere ad altri tempi e ad altri luoghi, che va benissimo, ma stride se inserita all’’interno di un film che ricalca le gag della “commedia all’’italiana”; si creano delle situazioni con molto potenziale, si fa camminare con delicatezza lo spettatore lungo il climax del divertimento per poi lasciarlo precipitare nel vuoto. Taglio. Scena successiva, tutto ricomincia da capo. Non è complicato realizzare che si tratta del gusto tragicomico di chi vuole sfatare un mito o un pregiudizio usando l’arma potentissima della risata; bisogna però stare attenti a non superare la linea di tollerabilità del pubblico a cui il prodotto è destinato, o si rischia di ottenere l’effetto opposto.

Tecnicamente il film deve fare i conti con degli attori non esperti, che apportano il pregio della freschezza e il difetto dell’’effetto fiction, come il giovane imam; il personaggio interpretato da Battiston, invece, è ben delineato (e l’accento veneto così forzato fa morir dal ridere). Tutti i protagonisti, in ogni caso, non sono mai inseriti nel tessuto urbano di Venezia con campi lunghi e inquadrature ampie, scelta registica interessante che sottolinea la loro difficoltà ad essere considerati appieno parte integrante della città che abitano.

Va bene che un film come Pitza e datteri sia proposto al pubblico italiano perché è necessario che le tematiche di cui si fa portavoce siano divulgate da un punto di vista interno ai fatti; forse, però, non tutti sapranno cogliere le buone intenzioni di chi ha ideato il film. Perché per certi aspetti quelle buone intenzioni non sono controllate con precisione: è un’’operazione pericolosa quella di mettere in scena dei pregiudizi (religiosi, culturali) per poi non sfatarli o non capovolgerli. Per intenderci: agli occhi di qualsiasi spettatore lapidare per scherzo significa pur sempre lapidare e non c’è commedia che tenga.