Enzo Cosimi Fear Party

Il buio nella sala

Alla ricerca della visione in Kilowatt Festival XIII

Non bisogna aver paura di sperimentare, di ricercare, di rischiare, anche quando il timore del giudizio parrebbe avvicinare alla pubblica gogna, o condannare alla solitudine, chi “osi” tentare. Questo nodo, cruciale nello spettacolo Piero Della Francesca. Il punto e la luce della compagnia teatrale Capotrave di Sansepolcro (che ha dato i natali al pittore), ci sembra proprio il cardine attorno cui si imbastisce il programma di questa XIII edizione di Kilowatt Festival.

Il direttore artistico, Luca Ricci, insieme a Lucia Franchi firma l’ideazione e la drammaturgia dello spettacolo che pone al suo centro uno dei grandi maestri del Quattrocento italiano, e in particolar modo il suo difficile legame con il contesto culturale, con quello stesso borgo che dopo le iniziali incomprensioni eleggerà la Resurrezione a stemma della città. Eppure in scena non ci appare Piero Della Francesca bensì il suo percorso artistico, idealmente e liberamente ispirato al momento della sua rottura con la “maniera” del tempo, con l’uso eccessivo dell’oro o delle vesti broccate o dello sfarzo piatto del senese Sassetta (il cui polittico ora giace smembrato da Detroit a Mosca). Il percorso di innovazione pittorica, così, giunge a noi attraverso le parole e i gesti artigiani (nonché nelle immagini proiettate) del giovane apprendista Paolo, che di capitolo in capitolo cercherà di spiegare a Giovanna, cognata del pittore, quanta vitalità, maestria e caparbietà occorrano per seguire un’idea.

Ci eravamo ripromessi di raccontarvi più nel dettaglio la proposta teatrale di questa nuova edizione di Kilowatt (leggi qui), ed è proprio da qui che vogliamo partire: dalle parole che l’aiutante del maestro pittore ripete insistentemente, con sentimento, come per coglierne ogni volta una nuova sfumatura di senso; da quelle stesse fiamme che dovrebbero accendere l’ “Energia della scena contemporanea” – questo lo storico sottotitolo del Festival – e che, negli spettacoli che abbiamo visto dal 22 al 24 luglio, non sempre sono riuscite a brillare; da quei punti luce che di volta in volta hanno acceso il nostro sguardo, ci hanno lasciato nella penombra o si sono spenti nel buio della platea.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Piero Della Francesca. Il punto e la luce li dice, li evoca – finanche li invoca –, ma li congela altresì in un dialogo statico, didascalico, e in videoproiezioni ridondanti, che ne esauriscono la potenza.

Lo stesso potenziale dirompente ci è sembrato rimanere strozzato in Scene di interni dopo la disgregazione dell’Unione Europea di Michele Santeramo con Elisa Benedetta Marinoni e Michele Sinisi (anche regista), in quel suo procedere a ritroso (dal 2067 fino all’avvento della moneta unica) che avrebbe dovuto portare là dove tutto ha avuto inizio, alla nostrana crisi – economica e di valori –, a come sia stato possibile che un uomo solo abbia fatto deflagrare un intero sistema.

Lo spazio scenico è tagliato quasi in due da un separè trasparente che non tutto separa e tutto muta: basta piegarlo che diventa terra di confine nel mercato di una borsa nera da scenario postbellico, muro tra una vittima e il suo presunto carnefice, se non addirittura interno di una casa accerchiata dalle forze dell’ordine. Per quanto concettualmente interessante, paradossalmente lo spettacolo rimane schiacciato da un’attualità che si dimostra sempre più attuale; e anche quando il sistema drammaturgico si disgrega (l’attore rifiuta di recitare il suo monologo) ci lascia in bocca il gusto amaro di un fuoco fatuo.

Foto di scena ©Luca Del Pia

L’energia investigativa di Lab 121 ne L’Insonne (Premio In-Box 2015), ispirato liberamente a Ieri dell’ungherese Agota Kristof, sembra invece baluginare in un virtuosismo intellettuale che rischia di allontanare la platea. Al centro della scena, un dispositivo tanto grande da occuparla quasi per intero. È una scatola, semitrasparente, al cui interno l’errare di un uomo (Francesco Villano) si scontra contro un passato non chiuso, la cui memoria, fatta di violenze, sangue, non detti, ingiustizie, ha la fisicità di una donna (Alice Conti) e l’evanescenza di un amore idealizzato. Sulle pareti (della struttura, della gabbia mentale) tutto verrà ingigantito o ridimensionato: i due personaggi entreranno ed usciranno da questa membrana che finirà per risucchiarli, ogni volta, dentro di sé. Una scissione continua tra immagine e parola, visione e realtà, luci ed ombre, piani semantici e prospettici, che tende progressivamente a spossare anche lo spettatore più disposto, forse.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Del resto anche questo potrebbe essere il rischio di Io muoio e tu mangi dei Quotidiana.com (secondo capitolo della trilogia Tutto è bene quel che finisce – per approfondire leggi qui) e della performance (Zero) Work in progress (Premio Equilibrio 2015) di Cuenca/Lauro; se non fosse che in questi lavori la stanchezza – o un’energia razionata – si fa parte stessa della drammaturgia, ingranaggio indispensabile, elemento fascinosamente consapevole.

Nel primo, la morte – evocata e prossima – di un padre spinge a orbitare due corpi attorno al tema universale della perdita: è un vuoto nel nulla, che – proprio come il nostro presente storico – il nulla circonda e al nulla ogni volta ritorna. Un’agonia medicata male, sospirata con tagliente freddezza, che neppure l’ironia riesce più a salvare, sebbene entrambi vi si autoaccaniscano aspettando il proprio turno. Non c’è da elemosinare pietà, da dannarsi nel cercare la salvezza: non vale una pena. E così i due coniugi si trascinano attaccati alla macchina della parola, togliendo ossigeno a noi: “Qui non c’è azione / Il dialogo è re-azione”.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Forze opposte, centripete, sono quelle danzanti di Cuenca/Lauro, che mulinano attorno a una re(l)azione che si svolge, si riavvolge, si scioglie in una ricerca (intima ed estetica) in continuo divenire. Il silenzio calamita due corpi già in piedi, uniti in un abbraccio sicuro (internamente) e spaventato (esternamente), sopra un cumulo di terra al centro di un pavimento bianco. Come riflessi l’uno nell’altro, le rotazioni continue e speculari disegnano un mantra aereo cui è difficile sfuggire, stregati forse da un sapore atavico che ci trasporta dentro un mistero. Poi la musica. I movimenti rotatori si faranno assoli che si compenetrano idealmente, l’uno per l’altro, l’uno dopo l’altro, fino a toccare la terra con tutto il corpo. Da ultimo, sarà il pavimento bianco a conservare traccia di questo passaggio, mostrando una pittura ancestrale, sporca e ipnotica.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Ancora una tela bianca e un segno da imprimere. Ecco allora che il punto di luce ci appare per sottrazione, là dove non sapevamo di cercare: nel buio che sopraggiunge al lampo; ricordandoci, così, quanto l’incertezza sia in grado di stimolare risposte, o per lo meno nuovi dubbi. Ogni espressione artistica, in fondo, se è in grado di sottrarsi a se stessa produce tensione.

Ascolto consigliato

Sansepolcro (AR) – 22-24 luglio 2015

In apertura: Enzo Cosimi Fear Party