Yayoi-Kusama-Infinity-Net

Infinity Nets: l’autobiografia di Yayoi Kusama rischia di farti capire la sua arte

Ci sono artisti per i quali la linea di demarcazione tra quello che producono o hanno prodotto, e la storia della loro stessa vita si fa quantomai sottile, ed è difficile comprendere la percentuale in cui l’uno influenzi l’altra e viceversa. Per Yayoi Kusama avviene proprio questo: il confine risulta così fugace che leggere la sua autobiografia (Infinity Net, edizioni Johan & Levi – 19 euro) corrisponde a tuffarsi dapprima, ed immergersi poi, nel profondo della sua arte; a scoprire la genesi di alcune sue opere, a trovare un ausilio per meglio scrutare i significati che queste racchiudono.

Giapponese, classe 1929, Yayoi Kusama nasce a Matzumoto da una famiglia di ricchi possidenti terrieri. I genitori tradizionalisti non accettano ma, anzi, propendono nell’osteggiare il precoce impulso ipercreativo della figlia. Per la loro ferrea opposizione a proseguire una carriera da artista, Yayoi si trasferisce in America quasi trentenne, declinando l’iniziale proposito di recarsi in Francia, a Parigi.

Quelli dell’insediamento nel nuovo continente sono anni difficili in cui alla fatica di sbarcare il lunario si aggiunge la prostrazione affannata di raggiungere dei traguardi nel campo dell’arte. Come la stessa Kusama scrive: “Il freddo mi arrivava alle ossa e i crampi per la fame non mi lasciavano dormire, così non potevo fare altro che stare in piedi e dipingere. Non c’era altro modo di allontanare la fame e il freddo. Fu così che il mio spirito creativo raggiunse picchi di maggiore intensità“.
Ambizione, perseveranza, grinta e, forse, anche la determinazione di far collimare la propria personalità con la propria arte, rinunciando alla quale avrebbe abdicato alla sua parte più autentica. “Qualche volta, quando mi sentivo triste, salivo sull’Empire State Building. In cima al più alto grattacielo esistente all’epoca sentivo di essere sulla soglia di ogni ambizione terrena, che ogni cosa era possibile. Un giorno, lì a New York, avrei stretto tutto ciò che volevo in quelle mie mani vuote. Lo desideravo furiosamente, con tutta me stessa. Il mio impegno per attuare una rivoluzione nell’arte era tale che sentivo il sangue ribollire nelle vene, e dimenticavo la fame“- con queste parole l’autrice chiosa un’appassionata descrizione degli anni di formazione.

yayoi-kusama-closeup

Allo stesso periodo, caratterizzato da stenti economici e volontà, sono riconducibili gli Infinity Net: tele di grandi dimensioni (fino a 10 metri) intrappolate da reti grafiche bianche su sfondo nero, e quadri composti da ipnotici pois, questi ultimi destinati a diventare il leit motive della firma di Kusama nel tempo. A tal proposito come non ricordare la capsule collection che Louis Vuitton – marchio di moda francese – ha dedicato all’artista nel 2012, aggiungendo, al classico monogramma, pattern di pallini gialli e rossi.
Facendo un passo indietro e tornando agli anni sessanta, nelle reti e nei pois la monotonia derivata dalla ripetizione di un’operazione perpetua ha il potere di confondere l’osservatore, mentre le atmosfere suggestive ed immobili trasportano il suo spirito nell’illusione del nulla: presagio, in parte, del movimento Zero che si sarebbe sviluppato di lì a poco e di quello che sarebbe diventato l’orientamento dominante dell’astrattismo in Europa.
Se al principio Yayoi Kusama è vittima di ingenti difficoltà finanziarie per via del trasferimento in America, ben presto la sua figura viene adocchiata ed apprezzata da critici e mercanti d’arte. Quella donna minuta dai tratti asiatici, si trasforma, nel volgere di pochi anni, in interprete delle contestazioni giovanili ed in promotrice di un tipo d’arte che ne atteggia gli ideali. In questi anni Yayoi Kusama organizza happening in luoghi da sempre votati alla cultura tradizionale: musei e palazzi istituzionali, ma anche semplici strade e pubblici parchi vengono selezionati come palcoscenici dove mettere in scena spregiudicate performance.

La furia creativa di Yayoi indaga e rappresenta la liberazione sessuale in particolare; l’emancipazione dagli schemi derivati dalle consuetudini conservatrici, più in generale. Le sue istallazioni altro non proiettano che comportamenti della società americana pre-sessantotto: ossessioni collettive, filtrate ed espresse in allucinazioni intime. Nonostante il compulsivo replicare di peni e vagine e l’utilizzo di corpi nudi suggeriscano il contrario, Yayoi Kusama è sempre stata terrorizzata dal sesso, curioso aneddoto! La body paintings happenings, come vengono chiamate queste manifestazioni, non ha per lei alcuna valenza erotica ma solo forte potere di denuncia sociale.

In piena rivolta giovanile Yayoi Kusama cavalca l’onda e ne costruisce ah hoc un business. Istituisce case di produzioni cinematografica, riviste, atelier di moda che fabbricano scandalosi vestiti perforati a ridosso delle parti intime, appannaggio delle tasche di divi e altri ricconi che, da quel flusso di trasgressività che si respira, non vogliono essere esclusi.

Invece un capitolo dell’autobiografia Infinity Net è dedicato a “I miei incontri, i miei amori“, sottotitolo Giorgia O’Keeffe, Joseph Cornell, Andy Warhol e altri ancora, ed è in questa parte del libro che l’autrice ci presenta, con freschezza ed un pelo di malizia, tutti quei personaggi che incontra lungo la sua carriera, narrando di come, talvolta, questa rete sociale l’abbia sostenuta nel dare il lancio giusto alla sua arte, cioè di come i contatti, più o meno casualmente instauratisi, abbiano veicolato le sue opere all’ attenzione delle persone in grado di comprenderle. Che il sessantotto sia stato terreno fertile per il comporsi di gruppi di artisti aggregati per il solo fatto di esser tali, è fatto ben risaputo; che questo zibaldone di personalità sia stato un canale network ante-litteram, è visione singolare, oltre che schietta, del fenomeno. 

025_RESIZE

Ma facciamo un nuovo balzo e riatterriamo su Yayoi Kusama. Lanciata nel mondo americano ed europeo, lasciatasi alle spalle gli iniziali ostacoli, ecco che torna in Giappone per un lavoro su commissione e decide di restare lì. Apre le porte, nel suo stato nativo, ad una mentalità in grado di comprendere, apprezzare e fondare l’arte contemporanea giapponese. Yayoi fa crollare, insieme con altri pionieri, il muro di diffidenza che fino ad allora aveva diviso l’arte tradizionale autoctona considerata alta, alle attuali sperimentazioni creative.

Prolifera artigiana della sua arte, Yayoi Kusama è sempre intenta a generare nuova arte, anche adesso che ultraottantenne, rinchiusasi da tempo in una casa di cura per disturbi psichiatrici, esce ogni giorno per recarsi nel suo studio, e lì si da’ all’arte fino all’imbrunire.
Di lei rimane un patrimonio artistico che si è forgiato ed evoluto nell’iperbole tracciata dai decenni eppure è rimasto fedele a se stesso, alla sua matrice di libertà dagli stereotipi ed al suo ruolo di accusa e rivelazione delle dinamiche umane ed urbane. Ma ciò che assembla, come fil rouge, le opere di tutti i periodi, è senz’altro quella visione intima, e perciò particolare, di una donna che ha sfidato le convenzioni al solo fine di cercare un suo posto nel mondo, e quel posto lo ha sempre trovato nell’arte.

Leggere Infinity Net è percorrere la rete inarrestabile di sentimenti e azioni (net appunto), che hanno portato una giovane outsider a farsi conoscere al mondo: scorrere le pagine, peraltro scritte magistralmente, è risalire quel dedalo di esperienze, e godere dell’acume emotivo della sua autrice che, assecondando un noto monito, ha fatto della sua vita un’opera d’arte.

untitled-article-1462559904