il cielo sopra berlino

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Il cielo sopra Berlino torna al cinema restaurato

“Se Dio è morto allora tutto è permesso”, nella Germania reduce dall’orrore nazista è di certo impossibile non partire dalla riflessione di Dostoevskij per riflettere sulla ricostruzione. Nel 1987 il ritorno di Wim Wenders in Germania si fa concreto e totale. Sotto il cielo c’è una città di macerie, divisa e al centro ancora, suo malgrado, dell’attenzione mondiale; Berlino: dove “in ogni caso non ci si può perdere, alla fine si arriva sempre al Muro”.

Il cielo sopra Berlino uno dei film dalle ambizioni letterarie più marcatamente dichiarate nella storia del cinema. Girato con un manierismo raffinato e personale, un cult movie di non facile fruizione ma che affascina universalmente cultori e non. Le voci fuori campo, perennemente presenti, scandiscono il ritmo della narrazione e frazionano il racconto disorientando lo spettatore, costretto ad assistere a una babilonia di pensieri intessuti come fili inestricabili tra i quali passeggiano i due angeli: Damiel e Cassiel.

L’angelo interpretato da Bruno Ganz, Damiel, e Marion, Solveig Dommartin, la trapezista che ne provoca la caduta terrena, attraversano Berlino incontrandosi senza vedersi, in quel parallelo gioco di percorsi guidati da flussi di coscienza che ricordano gli incontri mancati e le traiettorie affini di Mrs Dalloway e Septimus Warren Smith. Un racconto di formazione nell’epoca del relativismo spirituale e dello spaesamento ideologico porta a un inevitabile capovolgimento di prospettive con uno stile che evita in tutti i modi di cadere nel magico e nel sovrannaturale pur mantenendo una potenza evocativa ammirabile. Angeli del tutto uguali alle persone che abitano il mondo si aggirano invisibili tra la gente per riportare le storie, piccole e grandi, che i comuni mortali vivono quotidianamente.

Un racconto di trasformazione, di metamorfosi, in cui Wenders riflette sulla storia e sull’esistenza umana prendendo a pretesto i componimenti di Reiner Maria Rilke e affidando il ruolo di protagonista a un angelo consumato dal più romantico dei sentimenti: la sehnsucht. Il film, ambizioso come pochi, riflette sulla condizione umana, una condizione che nella precarietà conserva il segreto dell’esistenza stessa. Sul rischio e sulla perdita dell’innocenza che dà senso alla vita rendendo eccezionale ogni essere umano secondo le parole dell’ex angelo Peter Falk: “queste persone sono comparse, persone straordinarie […] persone fuori dall’ordinario”. Berlino come un formicaio dove si agitano gli esseri umani e i loro pensieri, dove passeggiano uomini comuni che si fanno archetipi della storia umana.

L’Omero del ventesimo secolo rischia di perdere la voce passando “da angelo della narrazione a suonatore di organetto deriso” alla ricerca di una Potsdamer Platz pre-bellica. Il narratore moderno narra dei bambini, dello stupore, cerca di farlo in una città che si è risollevata dopo le macerie della Seconda guerra mondiale intuendo la potenza di una rigenerazione come rinascita di un Paese e di un’umanità diversa. Un’umanità che deve ripartire da zero, che non ha storia, che ha voltato pagina, un’umanità che sembra sussurrare le parole di Marion: “non ho che da alzare gli occhi e ridivento il mondo”.

Una città che si interroga sul “tempo” inteso come malattia o come occasione che riporta l’essere umano alla sua primaria condizione infantile di purezza esistenziale per recuperare lo stupore da cui rinascere. Quello stupore impossibile da conciliare con una vita eterna ed eterea ma tutto appartenente alla caducità della vita terrena; Wenders vuole ribaltare del tutto l’Anywhere out of the world di Baudelaire attirando l’anima insoddisfatta non verso Lisbona, né verso Rotterdam ma sulla Berlino, ancora per poco sede della polarizzazione ideologica, affidando l’anima del poeta alla logica di un umanesimo disarmante. Un’opera talmente ricca da interrogare lo spettatore individualmente spingendolo a cercare una risposta, non univoca e decisa, ma del tutto relativa e personale.