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Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick –- Ron Howard

Mi hanno insegnato che esiste una parola che usiamo spessissimo nel nostro quotidiano, spesso senza pensarci, esprimendo così un giudizio che spesso non intendiamo dare veramente. La parola è carino.

Heart of the Sea è, purtroppo, un film carino. Scrivo purtroppo perché poteva potenzialmente essere qualcosa di più di un semplice blockbuster (per giunta in 3D). Il film è l’’adattamento cinematografico del libro In the Heart of the Sea: The Tragedy of the Whaleship Essax di Nathaniel Philbrick, volume che racconta la storia reale della baleniera che ispirò la nascita del celebre romanzo Moby Dick di Melville. Questa è la storia di due uomini, Greg Pollard Jr. (Benjamin Walker) e Owen Chase (Chris Hemsworth), rispettivamente capitano e primo ufficiale di una spedizione che parte con alte aspettative di successo e si trasforma, invece, in una tragedia umana di matrice quasi omerica. Il desiderio di andare oltre, di oltrepassare i limiti dell’’umano stesso, porta questi due uomini a spingersi in territori poco raccomandabili, dove le balene sembrano essersi rifugiate per sfuggire allo sterminio che stanno subendo a causa degli uomini. Tra tutti i mammiferi, ce n’’è uno particolarmente combattivo, spavaldo e perfino mostruoso, con il quale il confronto, letteralmente faccia a faccia, non può essere sostenuto neppure dal più spavaldo dei cacciatori di mare.

Alla regia troviamo un anonimo Ron Howard, che ormai non azzecca davvero un film almeno dal 2008, quando riuscì a tirare fuori quel gioiellino che è Frost/Nixon. Il suo modo di procedere è sempre stato classico, pulito, da manuale. A soffrirne, però, è lo spettacolo, che qui è al minimo, perfino nelle situazioni più concitate, e il coinvolgimento resta basso nonostante l’’ottimo 3D che qui viene sfoggiato senza ricorrere alle solite marche ludiche del pop-out oramai diventate scontate. Almeno questo. La tridimensionalità rende bene in qualunque situazione, anche in quelle di scarsa condizione di luce, ma tutto questo non basta per far perdere il fiato neppure per un attimo.

In buona sostanza non c’’è tensione visiva, come non c’’è forte tensione drammaturgica nonostante il tentativo di contrapporre le due personalità del capitano e del suo primo ufficiale: il gioco non regge perché Hemsworth è a un livello diverso rispetto a Walker, creandosi così una disparità che ci fa pendere sempre dalle parti del primo, in ogni caso. Walker è un capitano dispotico che nel confronto con il capitano morale della spedizione dovrebbe trovare la chiave del cambiamento, ma già dai primi minuti si ha la sensazione che il gioco non potrà riuscire poiché l’attore è poco convincente. Il suo è giustamente un volto pulito da nobile, da contrapporre a quello sporco e ruvido del campagnolo Hemsworth: ma è troppo pulito, quasi da adolescente. Nel cast c’’è anche il nome eccellente di Cillian Murphy, relegato però a poche scene e con un ruolo marginale nella storia.

Le scelte disastrose di uno (o due in questo caso) conducono alla rovina di tutti e, soprattutto, alla morte di molti che qui, però, sono come dei fantasmi, quasi non interagiscono con i due protagonisti. Perfino un film poco riuscito come Black Sea era giunto a tale, facile, obiettivo. In buona sostanza il film è uno spettacolo mediocre: oggi come oggi, anche da un blockbuster ci si aspetterebbe molto di più.

Nota a margine: l’’adattamento italiano, ancora una volta, cade nel gioco delle lingue, motivo per cui la comparsa di tre spagnoli significa ritrovarsi con tre uomini che parlano lo stesso italiano di Banderas negli spot tv della Mulino Bianco. Ancora? È così difficile migliorare la resa delle diverse nazionalità nel cinema italiano senza far ridere gli spettatori in sala?