Moby Dick. Foto ©Chiara Ferrin

Si fa presto a dire teatro di strada

La parabola dei Venti tra ricerca, tradizione e terzo teatro

Non capita tutti i giorni di ripercorrere la carriera di una compagnia, tantomeno poi se si tratta di teatro di strada. Accade a Travo, nella provincia di Piacenza, dove il neonato festival Cant’Ieri ha ospitato una retrospettiva del Teatro dei Venti.

Ma facciamo un attimo un passo indietro, cosa vuol dire teatro di strada?

Il Draaago. Foto ©Chiara Ferrin

Il Draaago. Foto ©Chiara Ferrin

Un po’ per semplicità un po’ per evidenza, viene spesso liquidato a intrattenimento all’aperto. Il che, poi, non è neanche del tutto improprio. Giacché, data la bassa soglia di attenzione e l’esposizione a uno spazio non protetto (come sarebbe una sala teatrale), necessariamente uno spettacolo in strada dovrà farsi quanto più orizzontale possibile, cioè accessibile. Il rischio, o forse la deriva, però è che un presupposto del genere porti ad abbandonare l’urgenza artistica scadendo nel virtuosismo dimostrativo fine a sé stesso («fare i numeri»).

Stefano Tè, regista e fondatore (2005) della compagnia modenese, tenta una mediazione tra orizzontale e verticale: tra immediatezza e complessità. Evidente in lui il retaggio da Terzo Teatro, evidente soprattutto nell’approccio, che parte sempre innanzitutto dalla percezione del pubblico, non tanto nell’assecondarne il principio di piacere o nell’accattivarsene il favore, quanto semmai nel valorizzarne la presenza.

Il Draaago. Foto ©Effettotre Fotostudio

Il Draaago. Foto ©Effetre Fotostudio

Gli spettacoli del TdV infatti non sono macchine teatrali impeccabili, non puntano a sbalordire con trovate sceniche mirabolanti: certo, gli espedienti non mancano e a volte rischiano di tramutarsi in un sostegno, eppure raramente si esauriscono nell’effetto spettacolare. Tè rifiuta lo specchietto per le allodole, ogni volta a prevalere deve essere una visione primariamente teatrale. Facciamo qualche esempio.

Simurgh. Foto ©Effettotre Fotostudio

Simurgh. Foto ©Effetre Fotostudio

Innanzitutto a saltare subito all’occhio è la frontalità degli spettacoli: che vadano in scena in una piazza o in un parco, il pubblico sarà chiamato a disporsi fondamentalmente innanzi a essi—non attorno. Ciò prevede che lo spettacolo si dispieghi secondo una profondità di piani convergenti in un fuoco prospettico che ne sostanzia la visione d’insieme.

Moby Dick. Foto ©Chiara Ferrin

Moby Dick (studio). Foto ©Chiara Ferrin

Secondo poi, il ricorrente uso dei trampoli parrebbe richiamare la funzione dell’antico coturno, di modo che da un lato si investono allegoricamente tutti gli attori di carattere mitico (parlano a tutti), dall’altro in questa coralità di innalzamento (sono tutti figure mitiche) si rinuncia a una gerarchia di ruoli teatrali (non “vince” la prova del virtuosista), riproponendo concettualmente insomma quell’afflato paritario da Terzo Teatro che pervade lo spirito della compagnia.

Simurgh. Foto ©Chiara Ferrin

Simurgh. Foto ©Chiara Ferrin

Non a caso, nello studio del Moby Dick (maxiprogetto in divenire, qui in sessione di residenza e laboratorio), Tè comincia a rinunciarvi, al trampolo, spezzandone la linea, spaiandolo, zavorrandolo, giacché l’equipaggio di Ahab impone una gerarchia, una caratterizzazione individuale, una caduta tutta umana che l’elevazione del trampolo negherebbe concettualmente.

Moby Dick. Foto ©Chiara Ferrin

Moby Dick (studio). Foto ©Chiara Ferrin

Terzo elemento fondante è il ritmo, curato puntualmente dal percussionista Igino L. Caselgrandi. Al contrario delle tracce musicali o delle brevi narrazioni in voice off – che a nostro avviso sono il tallone d’Achille del TdV (come già notammo a proposito del progetto Angeli e Demoni) – la sessione ritmica traccia la dimensione emotiva e drammaturgica più profonda degli spettacoli. Si badi bene, traccia—non contrappunta. Ancora una volta il pensiero torna a una certa eredità teatrale: difficile non scorgere l’ascendenza di Toshi Tsuchitori, la voce ritmica di Peter Brook. Non è un ritmo che sorregge gli attori, è un rhythmós che li anima e ne riecheggia le pulsioni. È il tempo epico che universalizza, mitizzandoli, i movimenti.

Moby Dick. Foto ©Chiara Ferrin

Moby Dick (studio). Foto ©Chiara Ferrin

A questo proposito, illuminante per la compagnia—la presenza, consulenza e quarantennale esperienza di Mario Barzaghi (anch’egli “ex-terzoteatrista”), che non solo supporta la composizione coreografica arricchendola della gestualità, del respiro e dell’epica del Kathakaḷi – il “teatro danza” indiano che folgorò Brook e gli ispirò il Mahābhārata –, ma altresì sprona la compagnia a superare la leziosità del mero intrattenimento infondendo una maggiore consapevolezza.

Moby Dick. Foto ©Chiara Ferrin

Moby Dick (studio). Foto ©Chiara Ferrin

Senza ora andare nel dettaglio di ogni singolo spettacolo, dobbiamo notare che se la retrospettiva ha dato modo di intercettare le linee guida del teatro di strada del TdV (la compagnia produce anche spettacoli in sala, progetti di teatro carcere e porta avanti da cinque anni il festival Trasparenze), il focus travese ha aiutato a cogliere la retta che Tè sta progressivamente tracciando con il suo percorso di ricerca.

Stefano Tè. Foto ©Giulio Sonno

Stefano Tè. Foto ©Giulio Sonno

È un rapporto estremamente dualistico quello che il regista campano instaura fra strada e teatro, dall’equilibrio delicatissimo: quasi che pur perseguendo una larga trasversalità di pubblico, più la raccoglie più si convince di non aver osato abbastanza.

Il Draaago (2010), ad esempio, forte delle sue cento e passa repliche per tutto il mondo, è il cavallo di battaglia del TdV: ricco di innumerevoli espedienti spazia dalle maschere ai trampoli, dal circo alle macchine sceniche, dalla sceneggiata al duello, dall’esotismo oceanico alle gesta cavalleresche. Sembra di ritornare indietro al tempo delle antiche compagnie di giro medioevali, in un curioso amalgama di artigianato e tecnologia.

Il Draago. Foto ©Daniele Casciari

Il Draaago. Foto ©Daniele Casciari

Con Simurgh (2014), invece, lo spirito ludico si ridimensiona notevolmente, virando verso una sorta di coreografia corale per trampoli. Stavolta si attinge a una figura non fiabesca ma mitopoietica che allarga il respiro drammaturgico. Per quanto organico, compatto, preciso, Simurgh tuttavia è forse lo spettacolo che soffre più di uniformità, assestandosi su un’alternanza di narrazione e azione, didascalia e svolgimento, che nonostante lo slancio drammaturgico non riesce a evadere scenicamente dalla sua intelaiatura formale.

Simurgh. Foto ©Chiara Ferrin

Simurgh. Foto ©Chiara Ferrin

Pentesilea (2015), infine, cambia totalmente codice e scommette su una proposta più ricercata (l’ispirazione è la riscrittura di von Kleist). Non più il nutrito corpo di attori—tutta la scena è affidata a Francesca Figini e Antonio Santangelo (colonne portanti della compagnia): lo scontro epico dell’eponima regina amazzone e Achille si trasforma cosí in una battaglia archetipica dei due sessi.

Pentesilea. Foto ©Chiara Ferrin

Pentesilea. Foto ©Chiara Ferrin

E se a tratti le pantomime cedono a un eccesso di smorfia che alleggerisce, semplificandolo, il dramma tutto ferino che si consuma tra i due, qui subentra un’espressività decisamente inusuale per il teatro di strada: stavolta l’attore su trampoli si fa promanazione epica e al contempo modernamente eroica, “approfondendo” cioè il proprio dramma interiore (quindi universale) dalla tensione delle membra alla ricercata espressività dei gesti e della mimica facciale (frutto, appunto, dell’esperienza del Kathakaḷi mescolata a un’iconografia tipicamente europea che va dalla passione di Maria a Gli amanti di Magritte).

Pentesilea. Foto ©Effetre Fotostudio

Pentesilea. Foto ©Effetre Fotostudio

Quella del Teatro dei Venti, dunque, è una realtà che in maniera del tutto peculiare decide di ereditare l’esperienza del Terzo Teatro sposandola con il linguaggio del teatro di strada alla ricerca di un percorso nobile in grado di scartarsi dal crescente elitarismo della migliore arte contemporanea per recuperare una connessione più profonda con il pubblico perché il teatro ritorni a essere rito sociale collettivo.

Ascolto consigliato

Travo (PC) – 8-12 agosto 2017

IL DRAAAGO

Regia Stefano Tè
Musiche Igino L. Caselgrandi
Consulente alla Regia Mario Barzaghi
Consulente alla Drammaturgia Salvatore Sofia

Costumi e Oggetti di Scena Teatro dei Venti
Macchine Teatrali Teatrini Indipendenti Factory

Interpreti Francesco Bocchi, Laura Bruni, Daniele De Blasis, Francesca Figini, Davide Filippi, Beatrice Pizzardo, Antonio Santangelo, Igino L. Caselgrandi

Produzione Teatro dei Venti
in collaborazione con CERS

SIMURGH

Interpreti Francesco Bocchi, Laura Bruni, Daniele De Blasis, Francesca Figini, Davide Filippi, Simone Lampis, Valentina Parisi, Antonio Santangelo

Musiche dal vivo Luca Cacciatore e Igino L. Caselgrandi

Regia Stefano Tè
Consulenza alla regia Mario BarzaghiConsulenza alla drammaturgia Francesco Chiantese
Luci Nicolò Fornasini
Costumi e accessori Teatro dei Venti
Macchine Teatrali Teatrini Indipendenti Factory

Una produzione Teatro dei Venti
Co-prodotta da Teatro nel Bicchiere – Petit Festival Itinerante
Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola
CERS – Consorzio Europeo Rievocazioni Storiche
Con il sostegno della Regione Emilia Romagna

PENTESILEA

Spettacolo di teatro di strada
con Antonio Santangelo, Francesca Figini

Musiche dal vivo Igino L. Caselgrandi
Scenografia e costumi Emanuela Dall’Aglio
Assistente Veronica Pastorino

Regia e drammaturgia Stefano Tè
Consulente regia e drammaturgia Mario Barzaghi

Una produzione Teatro dei Venti