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Gli indifferenti

A più di novant'anni dalla sua pubblicazione, Leonardo Guerra Seràgnoli riadatta il romanzo di Moravia attualizzando la storia in età contemporanea

Quando uscì Ecce bombo, nel 1978, Alberto Moravia paragonò il Michele interpretato da Nanni Moretti all’omonimo protagonista del suo romanzo Gli indifferenti, pubblicato quasi cinquant’anni prima. Un accostamento a prima vista strano, ma quanto mai significativo perché indice di un tratto nuovo della gioventù italiana per Moravia: entrambi i Michele sono giovani, ribelli e istintivamente portati alla crisi, ma se quello del ’78 è sempre immerso in un confronto logorroico con i suoi amici, il suo era solo, chiuso in un violento silenzio.

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Ad ogni modo, che Moravia ritrovasse qualcosa del suo protagonista indifferente in un film concepito decenni dopo il suo libro e senza alcun tipo di connessione volontaria con esso non solo è interessante ma anche attuale. Questi giorni, infatti, hanno visto l’uscita on demand de Gli indifferenti, pellicola firmata da Leonardo Guerra Seràgnoli, impegnato per l’appunto in un complesso e coraggioso ri-adattamento del noto romanzo. È lo stesso regista ad aver dichiarato la difficoltà di attualizzare la storia di Michele e della sorella Carla e, soprattutto, quel vago ma sempre opprimente sentimento di indifferenza che permea ogni loro gesto, pensiero, iniziativa. Tale fatica si avverte subito: l’attualizzazione che, per forza di cose, il regista si è auto-imposto, passa attraverso scelte narrative precipitose e scontate, che vanno a impoverire progressivamente un pur promettente inquadramento dei vari protagonisti e un’ottima ripresa degli interni “borghesi” d’oggi. Le scosse di terremoto su Roma che fungono da simbolico stato di precarietà esistenziale, la domestica straniera (Awa Ly), Leo Merumeci (Edoardo Pesce) cinico manager in ascesa, Carla (Beatrice Grannò) alle prese con la professione di gamer su Youtube vanno a comporre una revisione del testo di Moravia troppo addomesticata e quasi compiacente. In questo senso, il finale, radicalmente opposto a quello del romanzo, è emblematico. Solo Michele (Vincenzo Crea) – sempre lui curiosamente – sembra “salvarsi” da questo rabbonimento, con la violenza della sua rivolta solitaria contro il quadro familiare, contro la ricchezza ora da riconquistare ora da ripudiare e contro la madre (Valeria Bruna Tedeschi) in piena nevrosi. Eppure anche qui sorgono delle perplessità: se Carla è comunque calata nei tempi nostri, se la madre e l’amica Lisa (Giovanna Mezzogiorno) sono donne annoiate ma vive nella loro carnalità, con una punta di timorosa rivalità reciproca, Michele sembra scentrato, calato sulla scena come se provenisse da un altro film perché la sua solitudine è così senza tempo, priva di particolari e astratta da risultare inspiegabile e poco credibile per lo spettatore.

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Più che chiedersi se fosse necessario un adattamento ai giorni nostri de Gli indifferenti (la rigorosa struttura dei romanzi di Moravia, il suo intenso dominio della psicologia dei protagonisti, il fascino sentimentale di titoli quali La noia, Il disprezzo lo ha reso terreno privilegiato di grandi registi in tempi diversi), vale la pena chiedersi, più in generale, perché imporsi un adattamento attuale per imbattersi in difficoltà interpretative che costringono ad effettuare dei cambiamenti su un testo del passato. La prima trasposizione cinematografica de Gli indifferenti del 1964, diretta da Francesco Maselli, appare più centrata non tanto perché più fedele al romanzo, ma perché, innanzitutto, non si è votata all’attualizzazione. Ha lasciato parlare il testo sullo schermo attraverso sfumature nuove, attori moderni, figli del loro tempo (da ricordare Tomas Milian e Claudia Cardinale nel ruolo dei due fratelli), un’attenzione per certe scene a discapito di altre, nel rispetto di un attualizzare che si autodetermina e può (oppure no) ritrovarsi da sé.