Gioco di specchi Masella Massini

Gioco di Specchi – Ciro Masella

Sogno di morte allo Zoom Festival tra le pagine di Don Chisciotte

Si dice che nella vita dell’uomo c’è un punto di partenza ed un punto di arrivo, di solito riferiti all’inizio e alla fine di una carriera. Io invece sono convinto del contrario: il punto di arrivo dell’uomo è il suo arrivo nel mondo, la sua nascita, mentre il punto di partenza è la morte che, oltre a rappresentare la sua partenza dal mondo, va a costituire un punto di partenza per i giovani

Così Eduardo De Filippo in una delle sue Lezioni di Teatro a La Sapienza di Roma.

Perché partire da qui per raccontare Gioco di specchi di Uthopia/Tra cielo e terra? Perché è uno spettacolo – e un testo di Stefano Massini – lieve e sospeso che, dal punto di «partenza» (e di «arrivo») di Cervantes, è capace di costruire una riflessione attorno alla vita e alla morte, al sogno e alla realtà, ovvero agli snodi nevralgici, sì, del Siglo de Oro ma che oggi ci appartengono più che mai, sebbene stentiamo ad occuparcene trattenuti nel limbo di un quotidiano e perenne presente.

Così quella di Ciro Masella (anche regista) e Marco Brinzi è una «lezione», non intesa come spiegazione ma come lettura di una mappa archetipica: che la vita può rifuggire, che il teatro può forzare, e che i sogni fanno svanire al risveglio. Proprio da qui, sotto un leggero cono di luce e seduti l’uno a fianco all’altro, partono i due attori: Sancho Panza, a destra, accanto a un’armatura, e il suo padrone, a sinistra, accanto a un piccolo cavallo a dondolo, si risvegliano all’improvviso da un sogno identico.

Entrambi hanno sognato la morte dell’altro, con le stesse parole e nelle stesse circostanze. Così in una notte profonda l’interrogativo se scappare o andare in contro alla nera signora si insinua nel dialogo dei due protagonisti. Questo il punto di «partenza» (e, un’altra volta, di «arrivo») di un viaggio ironico, sapiente, arguto e intimo, in cui il «gioco delle parti» – servo e padrone, l’io e l’altro – è la maschera drammaturgica attraverso cui mostrare la polisemia dell’esistenza, con la sua varietà di registri, i suoi tonfi, le sue vertigini, e senza che la draga della banalità la sottragga mai ai nostri occhi.

Ma si può decidere di far finire il gioco? È rischioso? Sì, tanto quanto tirar fuori tutti i pensieri che, sebbene siano fatti d’aria come i sogni, sono macigni. Ecco che allora quelle parole faranno male – sarebbero crudeli secondo Artaud – perché ci sbattono in faccia una forza (verbale) e un peso (scenico) contro cui non siamo ancora anestetizzati (per fortuna).

Grazie


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