Luna Park – LeVieDelFool Perinelli

L’altra faccia della Luna, o l’alieno che è in noi

Il 'Luna Park' de LeVieDelFool

È ancora possibile fare un viaggio ai confini della realtà?

In un mondo in cui tutto è “now”, “no limits”, “free”, è ancora immaginabile l’ignoto? Luna park. Do you want a cracker? de LeVieDelFool (al Florìda di Firenze la scorsa settimana con Made in China, per una mini-personale della compagnia romana, co-curata da Murmuris) è un tentativo in quella direzione: fuori dalle rotte 2.0, alla scoperta di un mondo finito ai margini.

A guidarci, dopo aver presto abbandonato l’asta del microfono, è Simone Perinelli (anche regista e drammaturgo), solo in scena: lasciamo le parole ai poeti, dice, e proviamo ad andare verso un oltre, un altrove, sembra aggiungere. Corpo marginale e-marginato, come un Virgilio dal forte accento romano e degradato alle basse sfere, l’attore ci condurrà nel suo regno mancato, quello periferico capitolino, dove la “tangenziale” sembra il punto che dà (il) via (a) ogni vita, o il suo contrappasso.

Cantieri stradali, rettilinei infiniti, deviazioni impreviste, messaggi d’amore improbabili al pari di quelli pubblicitari disegnano così una “città aperta”, ma aperta soprattutto da un dubbio:  se tutto fosse un depistaggio urbano per nascondere gli “alieni”? O per immortalare Dio con infernali autovelox pòsti ovunque?

Chi ci dice che non sia così? A cose normali—nessuno. Ma qui, invece, Perinelli ci prova alacremente, tracciando una mappa tra l’inquietudine e il riso, una mappa in grado di rintracciare le nostre umane solitudini. Deteatralizzato da ogni elemento accessorio, questo monologo è un volo radente nella zona d’ombra che separa la platea dal palcoscenico, il giorno dalla notte, la vita terrestre da una extra, la carezza di un uomo da un cane immaginario, o una domanda improbabile dalla sua eco senza risposta: do you want a cracker?

Se lì, in quella terra di nessuno, è il passaggio per arrivare alla fine di sé stessi, lì anche è il pericolo di perdersi. Ed è questo il rischio in cui incorre spesso Luna Park: umanissimo e audace, ma minato dalla sua stessa struttura drammaturgica, impigliata tra pazzia e sogno, tra un mondo al contrario e i suoi impossibilia, tra una vita sbandata e le sue proiezioni visionarie: tra Park e Luna.

Un cono di luce e un cannochiale di parole vòlte al futuro basteranno per farci scorgere i mulini a vento sulla luna, o peggio, per farci imbarazzare dinanzi l’evidente incapacità umana di dialogare – con un alieno, semmai lo dovessimo incontrare, con l’uomo al bar semmai riuscissimo a parlarci –; laddove invece l’ode al microfono di un Don Chisciotte accecato o di un comandante inascoltato, come De Falco con Schettino, risulteranno accumulazioni artificiose di una sventura didascalica.

Luna Park ultima tappa della Trilogia dell’essere (dopo Requiem for Pinocchio e Macaron) – diventa allora un gesto, forse incompiuto ma almeno tentato, attraverso il quale arrivare alla fine della Terra, alla fine di ognuno di noi, in quello spazio tutt’ora sconosciuto che separa il sentirsi vicini in un mondo in cui niente sembra più lontano.

Ascolto consigliato

Teatro Cantieri Florìda, Firenze – 2 marzo 2017

(In apertura: Foto di scena ©Manuela Giusto_Teatro dell’Orologio)

Crediti Ufficiali:
LUNA PARK. Do you want a cracker?
di e con Simone Perinelli
ispirato all’Opera di Cervantes e di Douglas Adams
aiuto regia e consulenza artistica Isabella Rotolo
regia Simone Perinelli