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Non chiamateli immigrati, sono uomini

Alla ricerca di Sandokan nel naufragio di Zaches Teatro

Può essere l’altro se non lo conosciamo, se non lo capiamo diventa il diverso, se non lo vogliamo l’estraneo: comunque lo chiamiamo rimane “quello” che noi non siamo. Ma—che non siamo o che non sappiamo (ancora) di essere?

Per parlare di Sandokan, il nuovo spettacolo di Zaches Teatro, si potrebbe ricorrere alla solita etichetta dico-tutto-e-non-dico-niente di teatro sociale. Perché? Perché di fatto gli Zaches hanno realizzato uno spettacolo con degli immigrati subsahariani. Ed ecco subito arrivare il prurito del pregiudizio: «poverini/ma che poverini», «queste azioni servono/ e ai nostri chi ci pensa?», «ma è un dovere morale/sarà… ma il teatro se ne va a farsi benedire» e via col disco. Insomma, visto che a liquidare con una definizione si fa presto, cerchiamo di fare chiarezza. E facciamolo partendo da ciò che Sandokan non è.

Se teatro sociale deve significare ricatto morale, compassione, o varianti politicamente corrette come sensibilizzazione sui temi di attualità, tragedie contemporanee et similia, allora no, Sandokan non è uno spettacolo di teatro sociale. Propriamente, non è neanche uno spettacolo sull’Africa o sulle storie dei dodici immigrati che sono in scena. Perché? Perché non sono immigrati, non sono “gli sventurati”, non sono “i poveri diavoli che sognano una vita migliore”. Sono solo e semplicemente uomini. Facile no? Non uguali a noi ma pari a noi. L’uguaglianza è una truffa della retorica liberaldemocratica. Chissà perché è tanto complicato ricordarsi che un uomo è innanzitutto un uomo—non un tipo d’uomo.

Foto di scena: ©Guido Mencari

Uomo è anche Sandokan, l’eponimo eroe della fortunata saga di Salgàri: «di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana». Così troviamo i protagonisti al Teatro Studio “Mila Pieralli”di Scandicci. Uomini. Ne sentiremo pronunciare il nome: il nome e il paese, nient’altro. È una voce fuori campo a dircelo. È la loro. Che si sovrappone, si stratifica, si confonde nel buio che nasconde i loro volti: un nome tra altri nomi, una storia tra altre storie, uomini tra altri uomini. Ma ecco che di lì a poco, quando prenderanno parola, li sentiremo dire: «Dobbiamo essere uno. Il nostro viaggio è simile.»

Allora è chiaro, qui non si tratta del solito spettacolo buono per le lacrime di coccodrillo degli Europei. Non è la mostra delle scimmie ammaestrate per espiare in un’oretta il fardello dell’uomo bianco. È un progetto artistico. Ed è un peccato che nell’affollata sala toscana non abbondino operatori teatrali e critici, perché l’insolito connubio avrebbe già dovuto incuriosire: chiunque abbia assistito anche solo a uno spettacolo degli Zaches sa bene quanto la compagnia toscana sia lontana dai drammi esplicitamente sociali, dal teatro di rappresentazione, da qualunque marcata narrazione optando piuttosto per un’atmosfera di perturbante indeterminatezza, in cui performance art, teatro di figura, danza, arti visive e suono si fondono e confondono in rito artistico totale. Quanto di più distante, insomma, dalle storie di vita del teatro sociale—e non è certo un caso che Luana Gramegna (regista e coreografa) venga proprio da quell’unicum italiano chiamato Lenz Rifrazioni (oggi Fondazione).

Foto di scena: ©Guido Mencari

Ma ritorniamo a Sandokan, a ciò che Sandokan è. Chiamarlo spettacolo forse è improprio, Sandokan rappresenta il culmine di un progetto più ampio, iniziato lo scorso ottobre, che prende il nome di MigrAzioni #Scandicci, curato dagli Zaches e da Sociolab (centro di ricerca multidsciplinare operante nell’ambito della coesione sociale e della mediazione dei conflitti) in co-produzione con il Teatro della Toscana. Undici (poi giunti a quindici) richiedenti asilo tra i 20 e i 30 anni attualmente domiciliati a Scandicci provenienti dall’Africa Occidentale subsahariana. Si fa presto, però, a dire “Africani”. L’area di riferimento ha un’estensione che è circa la metà dell’Europa, per intenderci. Come Tedeschi, Italiani e Francesi hanno tratti, lingue, culture diversi, così li hanno, ad esempio, Senegalesi, Nigeriani e Ivoriani.

È importante tenerlo bene a mente, perché se “loro” rimangono una massa anonima e indistinta è difficile cogliere le complessità di un progetto che mira a essere “comune”. Ecco la ragione di quei nomi e quelle origini all’inizio di Sandokan. «Inizialmente li abbiamo invitati a usare [oltre all’inglese e il francese] anche le loro lingue locali, – ci racconta Luana Gramegna – ma hanno insistito, volevano parlare in italiano.» MigrAzioni dunque è stato un progressivo percorso di incontro-confronto tra culture diverse non solo dalla nostra ma anche tra di loro, convergente in un progetto che ha elaborato questo stesso percorso socio-culturale in processo creativo-artistico.

Foto di scena: ©Guido Mencari

Ritorniamo allora alla scena. L’ambiente rimane quello tipicamente perturbante degli Zaches: è una zona d’ombra scandita da una luce in assenza, che sembra provenire da un altrove imperscrutabile, quasi fosse una tessitura senufo o bogolanfini dipinta da Goya e Caravaggio (Francesco Givone), e – in contrappunto – una dimensione sonora gocciolante, umida, sotterranea e sottomarina (Stefano Ciardi). Difatti l’unico arredo di scena saranno nove casse di legno. Così come il Pinocchio del 2014 nasceva e “ri-moriva” da una cassa, qui i dodici protagonisti traboccano e svaniscono come un gatto di Schrödinger sospeso tra la vita e la morte nei container degli scafisti libici.

Foto di scena: ©Guido Mencari

Se in Salgàri le «tigri di Mompracem», ovvero la ciurma di pirati di Sandokan, erano nobili fuorilegge che combattono contro l’imperialismo britannico, qui la situazione si ribalta – metaforicamente – nella sua evoluzione contemporanea (dramaturg Simone Faloppa): il mondo è stato già colonizzato dal borioso modello occidentale, la pirateria si trasforma in “illegale” ricerca di un presente da cui ricominciare. Scrittura e riscrittura si incontrano, dunque, nel grido alzato delle “tigri” dopo l’affondamento della loro nave: dov’è Sandokan?

Foto di scena: ©Guido Mencari

Al di là delle sue inevitabili crepe, sporcature, falle, il Sandokan degli Zaches centra completamente il bersaglio con grande lucidità; perché gridare “Dov’è Sandokan?” equivale a dire: “Dove sono finiti i nostri principî? A chi, a cosa, possiamo fare oggi riferimento? Siamo destinati a brancolare in un’eterna diffidenza reciproca?”. Sandokan si fa dunque emblema della coesione nonostante i mille naufragi—naufragi che sono tanto “africani” quanto “europei”, perché quando cresce la povertà, la precarietà, la malattia, i suicidi, siamo tutti quanti ad andare alla deriva.

Foto di scena: ©Guido Mencari

E allora se si vuole effettivamente costruire qualcosa, sarà il caso di non lasciare cadere il progetto nel vuoto: fatto!, ora passiamo al prossimo. Dovremmo tutti cominciare a capire che nella situazione storica in cui ci troviamo il “breve termine” è sinonimo di tradimento. Bisogna strutturare le azioni. Creare una continuità, un’eredità (quella che gli anglofoni chiamano «legacy»), una storia di cui non vergognarci—più. Vale a dire, prevedere un’ulteriore sessione di prove, una distribuzione dello spettacolo sul territorio nazionale, una presentazione capillarizzata per le scuole, la creazione di una rete con realtà e progetti analoghi; insomma, fare di questa esperienza – pregevole ma inevitabilmente incompleta – l’inizio di un percorso non la sua fine.

Altrimenti sì, rimarrà una curiosa anomalia all’interno della carriera di Zaches Teatro, suo malgrado. Mentre “loro”, gli stranieri, gli immigrati rimarranno sempre e solo gli “altri”: alieni—come ormai sempre più stiamo diventando noi a noi stessi.

Ascolto consigliato

Teatro Studio “Mila Pieralli”, Scandicci (FI) – 11 marzo 2017

(In apertura: Progetto fotografico ©Sara Barbieri)

Crediti ufficiali:
Zaches Teatro
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Sociolab Ricerca Sociale
con il patrocinio del Comune di Scandicci
e in collaborazione con La Biblioteca di Scandicci, La Cooperativa Albatros, La Diaconia Valdese e il CAS di Calenzano
con il sostegno della Regione Toscana e MIBACT

SANDOKAN
MigrAzioni#ScandicciIl Teatro tra le comunità per la comunità

liberamente ispirato a Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari
ideazione, coreografia e regia Luana Gramegna
ideazione, scene, luci e costumi Francesco Givone
progetto sonoro e musiche originali Stefano Ciardi
dramaturg Simone Faloppa
con Aboubacar Sadio, Alex Santos, Assane Diallo, Bacary Sonko, Ebrima Saidy, Edrissa Jammeh, Fakeba Djite, Ibrahim Camara, Malick Khan, Mouhamed Diallo, Mohammad Tofik, Moussa Kebe, Ousmane Camara, Oumar Traore, Tairon Madison Olicgoun
assistenti alla regia e coreografia Gianluca Gabriele, Simone Faloppa, Amalia Ruocco
assistente alla scenografia Alessia Castellano
realizzazioni costumi Aboubacar Sadio
realizzazione scene e oggetti di scena Bacary Sonko, Oumar Traore, Aboubacar Sadio, Fakeba Djite
tecnico del suono Dylan Lorimer
progetto fotografico Sara Barbieri
progetto grafico e campagna di comunicazione Ingrid Lamminpää con Carine Habib, Kathia Duran, Linus Biederman, Robban Larsson, Tasha Tokar
promozione e organizzazione Isabella Cordioli