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È peggio dare ordini folli o eseguirli?

Masella è il ‘Generale’ di Aldrovandi

Ci sono: un generale, un tenente e una soldatessa. Tutti vanno in guerra ma essendo una missione di pace muoiono tutti e tre.

Quella che potrebbe sembrare solo una barzelletta è la storia de Il Generale, testo già Premio Fersen alla Drammaturgia nel 2013 del poco più che trentenne Emanuele Aldrovandi, e che fila spietato come un motto di spirito sotto una ghigliottina.

Lo scenario: una guerra contro i selvaggi del deserto che attentano le nostre civiltà.

Sul patibolo: il nostro pensiero (s)cadente in un mondo impensabile.

In scena: il Generale – interpretato da Ciro Masella che firma anche la regia – il suo Tenente e spalla (Eugenio Nocciolini) e la soldatessa (Giulia Eugeni), che, seppur caratterizzando troppo i personaggi fino alla stereotipizzazione, riusciranno a far cadere anche le nostre teste, insieme alle loro.

Tutti in balìa di un testo a orologeria e di un’autorità camaleontica che ragiona, sì, come un pazzo, ma il cui ragionamento non perde la bussola.

Si può ridere della guerra? Sì.

Ma anche se chi rischia siamo noi? No.

Tra questi due fili scomodi, invece, il nostro Generale si muove a suo agio perché ha una sua strategia: da convinto pacifista qual è, ha capito come esportare la pace. Sotto l’ombra di una ipnotica palma hi-tech che troneggia sulla scena ricordando la sagoma di un fungo atomico, con minimi cambi di scena e citazioni da War-Movie che hanno fatto la storia del cinema, la via verso la pace non lascia scampo (nemmeno a lui): ogni suo uomo deve morire così i selvaggi si salveranno e l’umanità, lei sì, potrà vivere in pace.

È una pazzia o una logica inoppugnabile? Sembra impossibile che il Generale chieda di regalare i mezzi corazzati al nemico o di mandare in ricognizione aerea pattuglie disarmate o ancora di abolire i turni di guardia la notte. Eppure lo farà. Perché chi esegue l’ordine forse è ammalato di vittimismo secolare tanto quanto chi li dà è affetto da opportunismo realistico. Ma allora chi è il vero idiota?

Si andrà così preparando non uno scontro di civiltà bensì l’implosione di un pensiero che fa acqua da tutte le parti e, in questo nostro deserto, chissà quanta ne servirebbe. Orfani di profezie e utopie che i vari “ismi” hanno lasciato sul campo – primo fra tutti l’Illuminismo secondo il Generale – riscopriamo i paradossi di cui siamo fatti e su cui chiunque pare potere affondare il coltello come fossimo di burro: non perché buoni e dolci ma perché deboli di un pensiero autonomo.

Mano a mano gli scivolamenti semantici, i lapsus o apparenti scherzi, si rivelano per quel che sono: un domino di illusioni a catena alla fine della quale – tanto chi esegue tanto chi ordina – non resta che con un pugno di sabbia in mano.

Ma il nemico, quel capro espiatorio fino ad ora esorcizzato con il riso è pur alle porte, mentre luci accecanti sul palco ce ne impediscono la vista. Un cambio di rotta, oltre che di registro, improvviso, imprevisto come la realtà reale, e su cui lo spettacolo può rischiare di implodere a causa di una ricercata e disseminata metateatralità e attualizzazione che, anziché dare respiro al testo, sembrano ingabbiarlo in ridondanze non necessarie.

Eppure restiamo lì, su quelle parole che fanno paura e che ora rendono il campo di battaglia grande quanto quel cuore di tenebra che si trascina.

Forse il mondo ora è troppo grande e non basta più un punto per sollevarlo, ma questo basta, a noi, per sentircene sollevati?

Ascolto consigliato

Teatro Di Rifredi, Firenze – 2 dicembre 2016

In apertura: Foto ©Maria Grazia Lenzini