Foto di scena ©Manuela Giusto

Uccidere la paura nella Homicide House di Aldrovandi

Il Premio Riccione 2013 al Teatro dell'Orologio

Volendo semplificare al massimo, ci sono due modi di affrontare le situazioni: mentire o dire la verità. Certo, si può anche continuare a nascondersi all’infinito per la paura di mostrarsi per ciò che si è, fare di noi una sorta di edulcorato ready-made che non vada mai oltre l’increspatura della superficie — ma a quali conseguenze? Benvenuti a Homicide House di Emanuele Aldrovandi (Premio Riccione 2013).

Sulla scena asettica e spartana del Teatro dell’Orologio (scene Antonio Panzuto) ci sono Uomo (Marco Maccieri) e Donna (Cecilia di Donato), classica raffigurazione della coppia media che cerca di tirare avanti anche quando il lavoro non c’è. Uomo, infatti, l’ha perso, ed è per questo che ora deve ricorrere al suo spietato aguzzino, Camicia a Pois (Luca Cattani), che gli offrirà la proposta ideale per estinguere i suoi debiti: si tratta di entrare nella Homicide House, dove c’è chi è disposto a pagare ingenti somme di denaro — per esempio la crudele ‘vedova nera’ Tacchi a Spillo (Valeria Perdonò) — per uccidere una vittima, che verrà a sua volta pagata per essere uccisa. Insomma, un contrappasso “felice” per soddisfare entrambe le parti.

L’arma del delitto però non è lo stiletto d’acciaio che Tacchi a Spillo punta alla gola di Uomo – bensì la parola. La “casa dell’omicidio“ si rivelerà allora una lunga sessione di psicoanalisi in cui entrambi metteranno a nudo le rispettive anime: Uomo racconterà la sua vita fatta di menzogne per sfuggire alla paura di essere se stesso, Tacchi a Spillo la sua mania di uccidere gli altri per la paura di essere trovata e andare incontro a un rifiuto. E il punto nevralgico è proprio questo: che tutti hanno paura della propria paura e certo devono ‘ucciderla’ se non vogliono essere uccisi da lei prima che sia troppo tardi.

Fra un gioco di corpi neri su sfondo di luce gialla (luci Fabio Bozzetta) e fermi-immagine che scandiscono quadri fluidi e incalzanti, la regia di Marco Maccieri — che dirige un gruppo di attori brillanti, mai stereotipati pur interpretando personaggi fortemente tipizzati — tinge la drammaturgia di Aldrovandi di atmosfere pulp e fumettistiche. Uno sguardo che mette del suo ma non ingombra, anzi, accentua lo spirito di “favola nera” di questo testo così impastato di battute brillanti e tranchant, quotidianità naïve, riflessioni di stampo filosofico mai pedanti.

Si parla infatti di morte, che imperversa ovunque — persino gli innocenti mobili ikea penzolano dall’alto come degli impiccati —, di verità, di libertà. “La libertà è una pistola puntata in bocca” afferma Camicia a Pois, il personaggio più camusiano in questo senso, tanto che sentendolo discettare in scena sull’assurdità della vita viene in mente l’incipit de Il mito di Sisifo: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”.

E infine, chi sono davvero i “sempliciotti” Uomo e Donna, e le loro controparti-sineddoche più intelligenti ma disumanizzate, Camicia a Pois e Tacchi a Spillo? Più che rappresentanti della società, viene da pensare che siano componenti diverse di un’entità unica — yin e yang conviventi in ciascun essere umano in cui prevale ora l’uno ora l’altro.

Rimane così una domanda ultima: è meglio mentire per il quieto vivere o dire la verità ed essere spietati?

Letture consigliate:
•Due Fratelli, un’epoca e il suo tormento. Il testo di Paravidino Premio Riccione ’99, di Adriano Sgobba
•L’aridità come difesa: all’Orologio ‘Sterili’ di Berardelli, Premio Riccione 2009, di Sarah Curati

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 13 aprile 2016