Foto di scena ©Matteo Nardone

Dall’alto di una fredda torre – Francesco Frangipane | Filippo Gili

“Se un terrorista entrasse adesso in questa stanza e vi dicesse di scegliere chi risparmiare tra me e Antonio, voi cosa fareste?” Inizia con questo gioco l’ultimo spettacolo firmato da Filippo Gili e Francesco Frangipane, Dall’alto di una fredda torre. Un gioco che fanno due fratelli a pranzo dai genitori e che apre le porte a un dramma con un’unica protagonista: la morte.

È lei che subdola si insinua tra le tranquille mura domestiche di una coppia di pensionati (Ermanno De Biagi, Michela Martini) sposati da quarant’anni e che si diverte con le loro vite, mettendo alla prova i due figli (Massimiliano Benvenuto, Barbara Ronchi) con la più terribile delle scelte: decidere chi far morire tra i due genitori, entrambi affetti da una rara malattia che prevede come unica cura un trapianto di midollo osseo.

Una prova degna di un dramma classico, capace di rompere equilibri e aprire ferite dentro il saldo contesto familiare. Filippo Gili con questo testo punta ancora una volta il dito su un affetto intoccabile: l’amore tra genitori e figli; lo mette in discussione, ne sonda le problematiche, scardinando ogni cliché e mostrando al pubblico, attraverso la finzione teatrale, i complessi legami affettivi che lo costruiscono. Ecco allora che viene fuori ciò che non vorremmo vedere: egoismi, ipocrisia, falsità. Sono verità svelate disturbanti che inquietano e infastidiscono, pensieri che non si dovrebbero mai confidare, tabù indicibili quasi come l’incesto.

È un lungo pranzo quello che caratterizza la messa in scena di questo spettacolo; dall’antipasto al dolce assistiamo alla vivisezione della famiglia che rappresenta il passato solido e sicuro di cui fidarsi. Spetta ai due fratelli, infantili e fragili, rompere con questo passato, distruggere l’equilibrio nel quale sono cresciuti e nel quale si sono sentiti protetti. Un deus ex machina in camice bianco li guiderà a questa dura scelta, l’inevitabilità della malattia li porrà davanti al loro futuro senza poter più scappare. Lo stesso accade allo spettatore che, privo di vie di fuga, si trova proiettato in questo dramma che a tratti ricorda Pinter, senza tuttavia il freddo cinismo del drammaturgo inglese.

Perché, nonostante tutto, nella fredda torre in cui Gili e Frangipane hanno rinchiuso gli spettatori, si respira ancora un certo calore familiare rotto da un’attesa sospesa che regala un finale senza vie di scampo.

Teatro Argot Studio, Roma – 8 gennaio 2015

In apertura: Foto ©Matteo Nardone