Foto di scena ©Guido Mencari

Go down, Moses – Romeo Castellucci

La realtà è in superficie, sul fondo l’acqua è soltanto più torbida – diceva Lao-Tzu. Ma allora perché lo sguardo scava sempre in profondità? Forse perché soltanto da un doloroso accecamento si può (re)imparare a guardare.

Ogni volta che Romeo Castellucci porta in scena un nuovo spettacolo si crea in sala e tutto attorno un’aura di timor panico, come se in qualche modo il pubblico venisse iniziato a un mistero insolubile – sacro e profano -, di fronte al quale non si potrà che provare un contraddittorio senso di spaesamento.

Eppure, a ben guardare – e il verbo non è casuale -, Castellucci dispiega immagini eloquenti non algoritmi criptici; pertanto, assistendo a un suo spettacolo, lo spettatore non dovrebbe accantonare la propria natura di, appunto, osservatore (spectare sta per “guardare, stare a vedere”), semmai alimentarla; anzi, forse è proprio sospendendo il bruciante desiderio di decifrare l’apparato visivo dello spettacolo che si può giungere a una visione. Pertanto, dimentichiamo le note di regia, dimentichiamo la Socìetas Raffaello Sanzio, dimentichiamo ciò che Go down, Moses dovrebbe essere, e osserviamo piuttosto quel che è. E che il presunto “senso” occultato venga lasciato a chi preferisce gli enigmi al teatro.

Quadri. Ciò cui si assiste sono quadri, ben scanditi da precise dissolvenze di luce e suono. Davanti alla scena, campeggia – grande “presente” assente – un telo semitrasparente che filtra e sgrana la visione; non-luogo dove, troppo spesso, finisce per incastrarsi lo sguardo di chi vuole – soltanto -“trovare”, negando-si a ciò che, invece, si mostra.

Foto di scena ©Guido Mencari

Ambientazione statunitense, borghese, anni ’50. Gente che viene e che va; poi man mano conquista lo spazio, lo abita, lo misura, misura sé in esso, crea una dimensione sociale, costruisce misure più complesse che diventano segni indipendenti. Tutto questo accade davanti agli occhi del pubblico, non è celato, eppure su quella ragnatela invisibile si impigliano dubbi: la stampa di un coniglio catalizza l’attenzione e sconcerta; ma se al suo posto ci fosse un crocifisso? O altre immagini di animali, cambierebbe davvero? Sospiri, smorfie incerte e troppi colpi di tosse.

Buio. Poi un grande rullo che monta in velocità, vorticando; una parrucca di capelli senza testa cala dall’alto e prende a mulinare. Automatismo inarrestabile, vertigine di movimento, questi i segni tracciati; basterebbe semplicemente reagire, ma la platea scava, senza ascoltare sé stessa. È davvero necessario, in fondo, limitare quella presenza iconica a una corretta decifrazione (il roveto ardente? una fede vorace e posticcia che svuota l’intelletto? quel dio che è immagine impossibile da cogliere o osservare?)? Sottraendoci all’immagine in quanto apparizione, non cadiamo a nostra volta nella trappola del rullo inarrestabile?

Di nuovo buio. Nel bagno di un locale una ragazza ha una forte emorragia interna, si piega sul ventre: perdita, dolore, eppure calore, nascita – i segni sono sempre lì, evidenti, non altrove. Qualcuno comincia a reagire, per qualche minuto si attenua la tosse. Il pathos drammatico, poi, si stempera quando all’improvviso comincia a risuonare nell’aria – decisamente “fuori luogo”, per così dire – il gospel Wade in the Water; l’atmosfera però all’Argentina rimane tesa, nessuno si abbandona all’evidente ironia dello scarto (tanto più che wade in inglese significare “guadare”), e così, non bastasse quel canto, una serie di smiley da sms appare in proiezione; ma, ancora, nessuno che sorrida.

Foto di scena ©Guido Mencari

I quadri in seguito si succedono in una narrazione; subentra la parola; addirittura si crea una cornice di genere, semipoliziesca; e la ragazza di poco prima parla profeticamente di un novello Mosè. È certamente naturale che la cosa generi dubbi, così come avverrebbe con qualunque alterazione della piana normalità, ma è altrettanto vero che nel momento in cui l’ispettore domanda dove si trovi il bambino partorito, la ragazza risponda che cercare non serve a niente, che l’importante è ciò che vale. Si può forse esigere un livello maggiore di esplicitazione?

Si potrebbe procedere così di capitolo in capitolo. A ben guardare – ancora una volta -, insomma, non è affatto Castellucci a complicare la visione, ma sembra piuttosto che sia lo sguardo stesso del pubblico, affannato a scovare la ragione ultima di quella successione di quadri, a negarsi allo spettacolo, a negare il proprio “essere spettatore”.

Il segno evoca senza dover significare, ma ancora non siamo riusciti, a quanto pare, a maturare questa consapevolezza interiore. Laddove l’arte dell’ultimo secolo ci ha finalmente restituito (unica democrazia effettivamente riuscita) la possibilità – propulsiva – dell’errore, dell’incompiutezza, la società è rimasta prona nella venerazione di simboli compiuti, senza sviluppare una coscienza dialettica con essi.

E il risultato si è tradotto, a teatro (sabato pomeriggio), nella risposta maggioritaria del pubblico: tosse. Reazione compulsiva all’horror vacui di un confronto proposto e impedito; la potenza motrice che il dubbio riesce a generare sprofonda così nella frustrazione rumorosa di chi vuole soltanto capire e non prosegue la propria preziosa esplorazione interiore all’intero del dubbio stesso. Un colpo di polmoni e quella presunta assenza che tanto spaventa – e la nostra presenza in essa – viene azzittita.

Foto di scena ©Guido Mencari

Spesso si afferma che il teatro di Castellucci sia un teatro estremamente intellettuale, eppure una definizione del genere parrebbe ricadere nello stesso inciampo del colpo di tosse. Il regista cesenate, in fondo, intercetta i segni che attraversano – più o meno tangibilmente – la nostra realtà, li matura attraverso la propria sensibilità personale, artistica e “semiotica”, ed infine li rielabora in una forma che non è prodotto necessariamente “significante” (né – come ha più volte affermato negli anni lo stesso Castellucci – richiede una preparazione culturale di alcun tipo) ma innanzitutto nuova e inattesa convergenza di segni, che proprio in quanto tale può stimolare nuove e inattese visioni.

Però, vien da chiedersi, se lo spettatore ha smesso di guardare e vuole soltanto cercare, a cosa mai potrà giungere? Probabilmente, come affermava Lao-Tzu, solo a un fondo fangoso di acqua torbida.

Foto di scena ©Pascal Gely

Letture consigliate:
Massimo MarinoCastellucci: Go Down, Moses (DoppioZero)
Andrea PorchedduIl Mondo Morale di Romeo Castellucci (Gli Stati Generali)
Sergio Lo GattoGo Down, Moses. Ragionando su libertà e schiavitù (TeC)

Teatro Argentina, Roma – 10 gennaio 2015

In apertura: Foto ©Guido Mencari