Terni Festival 2015

La fiamma che accende una nuova primavera teatrale?

Il Terni Festival compie 10 anni

A volte in Italia sembra che manchi la percezione della realtà, come se ognuno guardasse solo al suo piccolo mondo e non riuscisse – non volesse! – a comunicare con l’esterno, quasi avesse dimenticato che esiste altro da sé. D’altronde, la vantata pluralità della cosiddetta democrazia, anziché valorizzare la varietà, ha fomentato una barbarica lotta all’affermazione per cui “maggioranza” è finita per diventare il sinonimo politicamente corretto di monopolio. Eppure di felici alveari operosi ce ne sono molti, è solo difficile riuscire a farlo sapere.

Domenica scorsa si è conclusa la X edizione di Terni Festival. Simbolo della manifestazione un fiammifero. Il segno della direttrice artistica Linda Di Pietro allora è chiaro: bisogna partire dalla preziosa umiltà di una semplice fiammella; se ben nutrita, saprà accendere la curiosità, l’interesse e la fiducia altrui.

Ciò che sorprende di più di questo Festival, infatti, non è tanto l’evidente validità dell’offerta artistica (Castellucci, Cosimi, Motus, solo per citare i più noti), ma la felice sfaccettatura di eventi, performance e installazioni, che mirano proprio a scardinare lo spettatore dalla canonica fruizione “passiva” della visione riportandolo a interagire direttamente con l’esperienza performativa stessa.

• Structures Monumentales – Olivier Grossetête

È il caso, ad esempio, delle Structures Monumentales di Olivier Grossetête, che a Piazza Tacito coinvolge volontari e passanti nell’edificazione di un monumento dedicato all’effimero: 17 metri di altezza, una tonnellata di peso, 1000 scatole di cartone e 250 metri di scotch da pacchi; questo colosso (copia ideale e proiezione del Palazzo del Governo di C.Bazzani alle sue spalle) viene eretto e demolito nell’arco di 24 ore. La Structure monumentale infatti diventa simbolo dello spirito di partecipazione: l’oggetto in sè è povero e non chiede di essere contemplato, a rimanere dovrà essere piuttosto il momento di imprevista compartecipazione. La costruzione collettiva di un’architettura sociale.

• Base X

Altra importante tappa del Festival, poi, è stata sicuramente la Base X: una piccola costruzione abbandonata della dismessa fabbrica SIRI (dove ora sorge il CAOS, polo multiculturale epicentro della manifestazione), che dal 18 al 27 settembre ha vissuto un vero e proprio attraversamento artistico. Avamposto del Festival, con tanto di bandiera issata, l’ex-foresteria ha accolto ogni giorno gli avventori del Festival proponendo momenti di evocazione condivisa attraverso percorsi, visioni, interazioni, racconti, ideati e coordinati da quattro delle più importanti giovani compagnie del XXI secolo, ovvero Menoventi, Opera, Teatro Sotterraneo e Delogu-Sirna-Gautier.

• L’Uomo che cammina – Leonardo Delogu/Valerio Sirna/Hélène Gautier

Proprio questi ultimi hanno coinvolto il pubblico in un inconsueto attraversamento performativo. Dopo un breve momento di raccoglimento all’interno della Base X, nella stanza a loro affidata, Leonardo Delogu e Valerio Sirna invitano con un tacito sguardo a seguire un uomo: un uomo qualunque, giacca in spalla, che condurrà per i sentieri più imprevisti della città. È L’uomo che cammina. La metà? Ignota. Anzi, non necessaria. Passo dopo passo, infatti, la percezione della realtà comincerà a curvarsi, il confine fra artificio e normalità perderà la sua nettezza: scorgiamo visi, sentiamo rumori, varchiamo soglie, ma cosa sia dettato dal caso e cosa dalla volontà degli artisti non è sempre così evidente. Non possiamo allora fare a meno di chiederci cosa guardiamo nella vita di tutti i giorni e come, dunque, siamo portati a guardarlo. Se la “straordinarietà” di un evento artistico ci porta a essere più ricettivi, cosa accade quando lo spettacolo stesso si confonde “nella” realtà? E dovremmo domandarcelo tanto più che prendendo parte a queste tre ore di cammino, noi stessi, spettatori, agli occhi dei ternani, diventiamo “spettacolo”.

Delogu/Sirna/Gautier L’uomo che cammina. Foto ©Luna Cesari

• Archive – Arkadi Zaides

La rarefazione dello sguardo e delle certezze la ritroviamo anche a teatro, non sempre tuttavia con la stessa efficacia. Archive dell’israeliano Arkadi Zaides, ad esempio, è un esperimento di introiezione dell’inutile crudeltà umana. Zaides attinge a brevi video amatoriali effettuati dai Palestinesi della Cisgiordania; isola scene quotidiane di arroganza, sopruso, microterrorismo; le replica con e sul proprio corpo; così, attraverso tale processo assoluto di decontestualizzazione gestuale, ne rivela tutta la ridicola violenza. Ma l’espediente si consuma dopo appena pochi minuti e lo spettacolo si trascina per un’ora senza alcuna evidente evoluzione. In fondo, l’ottusità della violenza è un fenomeno tristemente noto e diffuso ovunque: l’ambientazione cisgiordana non porta di per sé un contributo particolarmente illuminante; e, a dir la verità, non è la prima volta che un Israeliano prenda una posizione polemica nei confronti dei suoi connazionali.

• Legends & rumours – Phil Hayes/Maria Jerez/Thomas Kasebacher

Esaurito dal suo stesso espediente ci è parso anche il pur divertente Legends & Rumours di Phil Hayes. Attraverso un meccanismo semi improvvisato di ricostruzione di un ricordo (“era così?”, “tu eri lì”, “no, mi ricordo che prima facevo così”), l’apparenza data della scena e degli stessi personaggi viene continuamente alterata e rielaborata, svelando di ricordo in ricordo particolari inaspettati di “com’era andata davvero”, fino a giungere allo spassoso – ma forse ormai un po’ stanco – finale intriso di esplosiva assurdità.

• Giulio Cesare.Pezzi staccati – Romeo Castellucci

Altrettanto debole, a nostro avviso, i Pezzi staccati del Giulio Cesare shakespeariano di Castellucci, spettacolo del ’97 riproposto ora per schegge di oralità, smembrata e, per questo, indagata. Debole non tanto per la dichiarata frammentarietà, ma perché i singoli momenti accendono interrogativi, dubbi o curiosità nella loro stessa intuizione concettuale, come dire, è l’idea in sé che suscita grande interesse ma una volta che tale idea si è manifestata si sgonfia immediatamente su se stessa. La sonda che scruta le corde vocali dell’attore per antonomasia (tale “…vskij”), i vibranti passi di terremoto del Cesare destinato alla morte, l’afonia di un Marco Antonio tracheotomizzato nella sua possente retorica: sono tutti “quadri” concettualmente brillanti nella loro bidimensionalità appunto, tuttavia, portati sulla terza dimensione cioè la scena e sulla quarta cioè la soluzione temporale, perdono di forza. E la cosa diventa particolarmente evidente quando un cavallo viene portato in scena solamente per scrivere su un suo fianco i passi biblici del Banchetto di Re Baldassar (Daniele, cap.V, MENE, TEKEL, PARSIN: contato, pesato, diviso, cioè il giudizio di Dio che sancisce la fine del regno babilonese dell’erede di Nabucodonosor). Un’evocazione macchinosa, cerebrale e fiacca che, pensando alla grande forza semiotica di Castellucci, lascia interdetti, senza contare l’uso puramente gratuito e assai discutibile dell’animale (vistosamente turbato). Ci sorge un dubbio: per assurdo, se lo stesso identico spettacolo fosse stato presentato da un altro regista meno affermato, l’attenzione, la risposta, la disponibilità sarebbero state le stesse? [Per un confronto critico leggi l’articolo di Emilio Nigro su Rumor(s)cena]

• Enscenas para una conversación después del visionado de una película de Michael Hankeke – El Conde de Torrefiel

Colpiscono sempre invece i catalani El Conde de Torrefiel per la loro cinica, provocatoria e dissacrante schiettezza (leggi qui la recensione de La chica de la agencia…). Paolo Gisbert costruisce uno spettacolo forse scenicamente piatto ma concettualmente e drammaturgicamente brillante, che vede una serie di spaccati di vita narrati e analizzati da una voce esterna (sia l’attore di turno, spalle al pubblico, di fronte a un microfono, o i sovratitoli proiettati sul fondale) con lucidissima, e per questo spietato ed esilarante, obiettività, agendo così da voce critica di tutte quelle ipocrisie quotidiane che prendono il nome di normalità. Una franchezza tranchant che non faremmo male a importare in Italia; valga per tutte la frase (apparentemente innocua) “When good people will stop doing good things, bad people will stop doing bad things”.

El Conde de Torrefiel Enscenas para una conversación después… Foto di scena ©Luna Cesari

Tutti gli eventi cui abbiamo avuto modo di assistere, dunque, condividono la ferma volontà di intervenire attivamente sulla “normale” (nel senso di passiva, inerte) fruizione degli eventi. Ritorna infatti l’alterazione dello sguardo, lo strabismo prospettico, la visione critica. Non dovremmo allora cominciare a cogliere effettivamente i segnali che giungono da queste esperienze artistiche? Non è forse il segno indiretto che una minoranza parzialmente isolata eppure ben lucida della società ha preso coscienza della propria responsabilità etica, sociale, politica, culturale, e sta provando ad agire concretamente, a coinvolgere, a scuotere da questo lungo letargo? Perché l’impressione è che non stia nascendo ora ma che ora si stia manifestando con più coraggio.

Insomma, se l’anno prossimo il festival e il Teatro Stabile dell’Umbria riusciranno a corroborare e intensificare la presenza di pubblico “altro” (vero dato critico della manifestazione), Terni – candidata, fra l’altro, a capitale italiana della cultura – potrebbe avere tutte le carte in regola per propogare la sua fiamma e diventare focolare di una nuova primavera teatrale.

Letture consigliate:
• Dieci anni di TerniFestival, il teatro muta genti e luoghi, di Emilio Nigro (Rumor(s)cena)
• Terni Festival. La performance tra soggetto e oggetto, di Sergio Lo Gatto (Teatro&Critica)

Ascolto consigliato

Terni – 18, 19 e 22 settembre 2015