Creed Stallone Rocky

Creed -– Nato per combattere – Ryan Coogler

Se c’’è una cosa per la quale ricorderò il 2015 è sicuramente il cinema. Quello appena trascorso è, a memoria di chi scrive, hollywoodianamente parlando, l’’anno peggiore. Con rarissime eccezioni, tutti i blockbuster della stagione sono stati, senza usare mezzi termini, enormemente deludenti. Creed –- Nato per combattere si inserisce in questa lunga e amara sequenza.

Che non si sentisse minimamente il bisogno di fare un ulteriore episodio della saga di Rocky lo possiamo intuire noi – il tempo è un avversario che non si sconfigge, come ci dice Sylvester Stallone/Rocky all’’inizio del film – e l’’hanno intuito anche gli americani che invece hanno deciso di spostare l’’attenzione sull’’iconico rivale/amico dello stallone italiano: Apollo Creed. O più precisamente sul suo problematico figlio Adonis. Problematico è un modo del tutto eufemisticamente personale, non l’’unico in questo articolo, di chi scrive di esaltare le qualità potenziali di questo film che però non vengono esplorate.

Adonis Johnson Creed (Michael B. Jordan) è il figlio di Apollo, il frutto di una relazione extra-coniugale, un ragazzo che vive nella rabbia e nel dolore perché non ha mai potuto conoscere la figura del padre, ma che non può fare a meno, contro ogni sua volontà di imitazione, di condividerne la passione: il pugilato. Adonis, però, non è mai stato un professionista: per diventarlo si rivolge all’’eterno rivale, e amico, di suo padre, Rocky Balboa.

A questo punto, la lista degli spoiler da fare per poter spiegare chiaramente i numerosi problemi del secondo film di Ryan Coogler sarebbe lunghissima.

Il film è scritto male. Il tentativo di questa produzione era – purtroppo – realizzare la stessa operazione compiuta dalla Disney e J.J. Abrams di recente con la saga di Star Wars e cioè un film staffetta che rilanciasse il franchise di Rocky o, per dirla in termini più giusti, facesse letteralmente da ponte da un protagonista all’’altro.

Dal punto di vista commerciale niente di così scandaloso. Ma della Disney, qui, non solo si è cercato di copiarne le strategie di marketing, quanto piuttosto i toni. Non si può fare a meno di restare esterrefatti dall’’assenza di violenza, di sangue e sudore, della mancanza di sessualità, dalla smorzatura della spinta drammaturgica verso il dramma: sembra di vedere un film per tutta la famiglia quando in realtà si dovrebbe fare un film sportivo che fa piangere i machi.

Manca, in definitiva, una certa fisicità nell’’affrontare uno sport e una storia per molti versi tragica: tutto viene edulcorato in un susseguirsi di dialoghi già sentiti, scritti nel peggior stereotipese che si possa immaginare. E lo stesso approccio viene adottato nella trasposizione di una città praticamente priva di abitanti, di un quartiere criminale senza neppure un piccolo spacciatore in giro: un luogo carico di un’immaginaria violenza, che ci si aspetterebbe di vedere, una strada che dovrebbe dare delle lezioni di vita al nostro eroe. Strada che non c’’è.

Se il film regge un minimo è tutto grazie alle spalle enormi di Stallone: Rocky, la sua debolezza, le battute continue sulla vecchiaia. Il resto del cast è spento, complice un copione privo di qualunque vibrazione, povero di conflitti basilari che vengono soffocati e restano strozzati come le urla di dolore di Fantozzi. Manca una dimensione di epicità, una costruzione del viaggio dell’’eroe, che questo tipo di film chiede a gran voce e che invece viene negata.

Il giovane regista statunitense Ryan Coogler si era distinto nel 2013 per Prossima fermata Fruitvale Station, un film che ricostruiva una vicenda drammatica in modo sentito. Coogler è un autore e, se non altro, la sua regia brilla come un oggetto bellissimo esteticamente della cui utilità nessuno sa niente. Possiamo goderci molti piani sequenza, belli, ben costruiti, movimenti di macchina ragionati e mai sporchi, come se anche la macchina da presa avesse subito un processo di pulitura, di abbellimento. Una regia, però, coreografica, che sembra quasi andare in controtendenza rispetto alla storia del film. Ne emerge un racconto confusionario, interminabile – centotrentatrè minuti sono un’’eternità anche solo da leggere come parola scritta – e privo di qualunque elemento fisico.

Creed è un film intangibile, che fluttua proprio come le inquadrature del regista, e non mette mai i piedi per terra. Tutto è zuccherato eppure la pillola non va giù.