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Chi è senza colpa – Michael R. Roskam

È incredibile come i film tratti dai romanzi di Dennis Lehane (Mystic River, Gone Baby Gone) riescano immancabilmente a essere pesanti e lenti più dei romanzi stessi. Storie mascherate da thriller che in verità non sono altro che ritratti di gente comune che vive in quartieri dove il crimine è talmente radicato da poter essere gemellati con San Basilio. Chi è senza colpa non è proprio i Parioli, ma nemmeno San Basilio. È una promessa dietro l'altra, una serie di birilli messi in fila, in attesa della palla di piombo e dell'inevitabile strike. Non abbiamo tutto il tempo del mondo, quindi adesso mi limiterò a dire che gli elementi principali della trama sono una rapina, dei mafiosi ceceni e un paio di criminali da strada. La narrativa è, intenzionalmente,– caotica. Cercate di capire, questa è una storia che non ha fretta di raggiungere il climax. La soluzione degli eventi sembra non debba arrivare mai e quando di colpo arriva non ha niente a che fare con quello che uno si aspetterebbe fin dall'inizio.

E questo è un bene.

In questo senso, più che un film, si tratta di uno studio sui personaggi. Un saggio. Un esercizio di scrittura combinato con un’ottima esecuzione. Tom Hardy è Bob Saginowski, un barista che lavora in uno squallido locale che un tempo era del cugino Marv (James Gandolfini nella sua ultima performance) e che ora è di proprietà di un gruppo di mafiosi ceceni – che usano il bar per riciclare denaro sporco. Una notte il posto viene rapinato. Vi ritengo intelligenti abbastanza da capire che la storia prende una brutta, bruttissima, pessima piega.

E anche questo è un bene.

Ci sono tutte le premesse per il classico thriller criminale da dvd a tre euro nei cestoni degli autogrill, ma anziché lanciarsi in una serie di avventure esplosive, il nostro protagonista si prende cura di un cane. Il film comincia proprio con Bob che trova un piccolo pitbull, ferito e sanguinante, all'interno di un bidone della spazzatura. Metà del film è lui che coccola il cane, porta al parco il cane, prepara da mangiare al cane. Poi c'è lui che deve decidere che nome dare al cane. Dopodiché c'è lui che ci prova maldestramente con una ragazza di nome Nadia (Noomi Rapace). E a un certo punto viene fuori che Nadia ha un ex fidanzato inquietante e socialmente imbarazzante (Matthias Schoenaerts) che passa il tempo lanciando minacce di vario genere.

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Gran parte del tempo intuisci che la storia sta preparandosi a qualcosa di intenso, ma cosa sia non è chiaro fino a quando non è ormai troppo tardi e quello che deve succedere succede e basta e non puoi farci più niente. Tutto quel tempo in attesa che accada qualcosa e quando accade scopri di non essere pronto.

E anche questo è un bene.

Lehane sembra inserire sempre un messaggio di qualche tipo, un tema superiore, nei suoi romanzi. Nel mondo letterario, questo modo di fare viene spiegato usando la metafora dei cavalli. Immaginate dei cavalli che trainano un vagone nel deserto americano. I cavalli che sono partiti dalla costa Est sono gli stessi cavalli che arriveranno nella costa Ovest. Mantenendo lo stesso tema, o gli stessi cavalli, uno scrittore viene costretto a sviluppare la propria storia in profondità. Questo si chiama sviluppo verticale. Lo sviluppo verticale sono le emozioni, i sentimenti che arricchiscono lo sviluppo orizzontale, ovvero, lo svolgimento lineare della trama. A trainare questo film è il tema del fatalismo, un fatalismo drammatico, che si ripropone di personaggio in personaggio.

Chi è senza colpa è proprio come il suo protagonista: quieto, paziente, enigmatico e per qualche oscuro motivo, minaccioso. Il finale è destabilizzante, quello che succede è sì drammatico ma al tempo stesso ironico, addirittura comico – i tuoi occhi registrano lo svolgimento degli eventi e il tuo cervello non sa come reagire.

E questo non è un bene.
È molto meglio.