bota cafè

Bota Cafè – Iris Elezi, Thomas Logoreci

Thomas Logoreci e sua moglie Iris Elezi, regista e co-sceneggiatrice, ci presentano questo piccolo film laconico e asciutto ma denso di valenze simboliche che rievocano atmosfere “kusturicane”. Al centro della storia un piccolo bar su una palafitta, il Bota Cafè del titolo, vero e proprio microcosmo in cui si svolgono le vicende dei tre protagonisti: il gestore del bar, la sua giovane amante e la nipote July.

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Immersi in uno scenario di desolazione, quello della distesa paludosa di un villaggio ignoto dell'Albania comunista all'indomani della dittatura di Enver Hoxha, diventano simbolo di un umanità abbandonata al proprio destino. Seguendo la cadenza lenta di un tempo che sembra essersi fermato, scopriamo un po' alla volta il mistero che si cela dietro queste vite e come in esse si rifletta l’eco di una delle pagine più scure del popolo albanese: quella del regime comunista isolazionista che spediva e giustiziava sommariamente gli elementi indesiderabili in quel non-luogo. Efficace, dunque, la scelta registica di affidare tale sfondo di rovina e abbandono all'eloquenza del paesaggio, a una documentazione fotografica attraverso cui si rievocano i fatti della Storia.

Sono i momenti di atmosfera, infatti, a fare la qualità del film. Campi lunghi di distese deserte in cui spuntano i resti di vite ridotte in brandelli, come nella scena in cui la protagonista, accompagnata da un’allegra e contrastante melodia di sottofondo, attraversa un paesaggio interrotto da un auto bruciata, su cui la regia si focalizza con uno stacco di immagine, segno dimenticato di chi scompare nel silenzio. Merito va anche all'intima espressività delle interpreti femminili, tra tutte, la giovane e brava Flonja Kodheli, già vista nel film Vergine Giurata (2015). Stati d'animo accompagnati da musiche d'epoca, sono colti in una tristezza introspettiva e pacata che trova momenti di malinconico abbandono in una danza zigana o in un'occasione di incontro.

Punto debole del film, una sceneggiatura i cui dialoghi smarriscono l'ironica malinconia in frasi affettate ed atteggiamenti stereotipati al limite del clichè, come quello della relazione clandestina tra la giovane amante svampita e il proprietario del locale. Lo stile retrò vagamente anni Novanta del movimento della macchina da presa, invece, si potrebbe ricondurre quantomeno ad una precisa scelta di attinenza storiografica. Rimane l’abilità di costruzione e decostruzione di una regia che, dopo aver dipanato i destini dei vari protagonisti, ritorna, con un colpo di scena degno di un thriller, sul luogo del principio, il Bota Cafè.

Nel suggestivo finale, l’occhio della telecamera restringe l’inquadratura su uno scacciapensieri, sciamanico amuleto che nel risuonare lieve risveglia i fantasmi del luogo. Sono le anime inquiete dello Spirito del Tempo che danzano e su cui gravano le colpe di un passato che si rievoca nel presente in ogni forma di violenza e ingiustizia.