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Bait

Un esperimento visivo fuori dal tempo che cerca di restaurare un cinema perduto

Quando si pensa ad un’esca, viene subito alla mente lo strumento utilizzato dai pescatori insieme all’amo; ma in senso esteso, ci si può riferire a qualsiasi cosa o persona sfruttata per attirare la controparte al fine di ottenere uno scopo, il più delle volte con l’inganno. Questo trova riscontro nel campo di operazioni militari o spionistiche. L’esca cui si riferisce Bait di Mark Jenkin (oltre all’evidente significato letterale) pare sottenda ai piccoli accadimenti all’interno di un piccolo villaggio di pescatori in grado di far innescare un fatto più grave. È ciò che accade al protagonista Martin, pescatore burbero e litigioso che, tirando a campare con la vendita del pesce, assume un ragazzo che lo aiuti. Tuttavia, questo rimane ucciso a causa della gelosia del fratello della ragazza con cui si frequenta. Accade alla cameriera del bar del paese, licenziata e per una notte detenuta a causa del suo temperamento ribelle. I due, avendo in comune un senso di vuoto, si ritrovano a dover lasciare il villaggio.

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Al di là dell’incedere della narrazione, che appare del tutto priva di mordente, ciò che realmente traspare dalla visione del film è un’operazione di nostalgia: da un lato l’amore per un tipo di esistenza sempre più raro e forse difficile, cioè una piccola comunità che vive grazie alla pesca (sentimento reso sullo schermo da grande sfoggio di dettagli dell’attività), alla conoscenza reciproca di tutti gli abitanti, una bevuta al bar e una canzone intorno al fuoco sulla spiaggia. Dall’altro lato la nostalgia verso un cinema altrettanto raro e difficile, tecnicamente parlando: Jenkin gira in un bianco e nero che riporta al tramonto del cinema muto, con tanto di segni sulla pellicola e continua variazione di luce, audio ovattato e dissolvenze in bianco. Oltre a ciò, il regista fa un uso determinante del montaggio, sia per evidenziare certi dettagli come si diceva, sia in maniera alternata per portare avanti uno stato di climax – attingendo contemporaneamente dalla scuola russa del pre-sonoro e da quella americana di David W. Griffith.

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Se quindi lo spettatore cinefilo apprezza la volontà dell’autore di riportarci per un’ora e mezza all’epoca forse più florida del cinema in fatto di sperimentazione tecnica, lo spettatore che si aspetta un trasporto emotivo rimane deluso. La narrazione non consente un’empatia coi personaggi o con il microcosmo messo in scena, mantenendo un certo distacco e incasellandosi in un interessante esperimento visivo e “fuori dal tempo”.

Grazie


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