ArtWar

Art War – Marco Wilms

Il Nuovo Cinema Aquila di Roma ospita per tre giorni un festival alla sua terza edizione: il Road to Ruin, nato più di dieci anni fa come un festival di musica rock-punk e trasformatosi da tre anni a questa parte in una manifestazione incentrata anche sull’aspetto cinematografico: mantenendo la sua originaria ispirazione legata al documentario e alla produzione audiovisiva underground regala agli spettatori “suoni e visioni del rock”.

Majakovskij sosteneva che «l’arte non è uno specchio per riflettere il mondo ma un martello per forgiarlo»; chi ha avuto l’occasione di vedere Art War, presentato in anteprima nazionale venerdì 9, capirà perfettamente il senso dell’affermazione del grande poeta russo. Il film di Marco Wilms, regista tedesco già autore di documentari come Comrade Couture, proiettato nella stessa sala del cinema Aquila il giorno di apertura del festival, ricostruisce gli avvenimenti che in Egitto partono nel gennaio 2011 con le cosiddette “giornate della collera”, le dimissioni di Mubarak, l’11 febbraio, i nuovi scontri legati al contrasto della giunta militare fino alla dibattuta situazione attuale dopo la vittoria alle elezioni di Mohamed Morsi, il golpe e l’instabilità politica e sociale che ha determinato violenze e scontri ininterrottamente da tre anni a questa parte.

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Il regista fiancheggia e pedina i protagonisti delle rivolte, presenti nelle piazze sotto gli spari dei militari, ragazzi che oltre alla partecipazione alla guerriglia affollano le strade con una rivoluzione che è artistica e culturale, i protagonisti di queste storie, invadono il Cairo, dalla simbolica piazza “della libertà” Tahrir al quartiere di Zamelek e sono: lo street artist Ammar, la cantante electro-punk Bosaina, il graphic designer Ganzeer ed il cantautore Ramy Essam. I volti dei martiri uccisi negli scontri, deformati e devastati da percosse e torture campeggiano sui muri della città spingendo la popolazione alla lotta per non vanificare quello che è un movimento di libertà già avviato e ormai inarrestabile, al suono delle parole “Il coraggioso è coraggioso, il codardo è codardo” la marcia della popolazione egiziana verso la libertà si muove in mezzo a mille difficoltà e contraddizioni.

È protagonista una terra dove indossare una maglia con scritto “God is busy, can I help you?” può scatenare un linciaggio pubblico e dove la lotta per l’emancipazione femminile diviene una battaglia per la sopravvivenza nella società maschilista e dittatoriale che condanna gli scatti in nudo della blogger Aliaa El Mahdy ma non si oppone all’esame della verginità coatto praticato da militari su donne arrestate e sottoposte a stupri e sevizie.

Il potere di questo documentario, come è stato giustamente definito dagli organizzatori del festival “esempio mozzafiato di puro cinema militante”, sta nell’efficacia poetica dei graffiti, considerati il vero specchio iconografico della rivoluzione perché dinamica rappresentazione del reale nei luoghi dove la storia rischia di sfuggire alla memoria, sanno imprimere, tramite l’antica tradizione della pittura muraria, cara alla cultura egiziana fin dalla sua nascita, i valori, i traumi e le aspirazioni del popolo in rivolta.