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Arrested Development

Arrested Development nasce da un’idea di Ron Howard, (il quale figura anche come narratore fuori campo delle vicende, nonché executive producer della serie) e vede protagonista la disastrata famiglia Bluth, un gruppo di personaggi fuori di testa tenuti in riga da Michael, il secondogenito, il quale, per la sua indole, pare provenire da qualsiasi parte, tranne che da una cornice famigliare così imbarazzante e patetica. Allontanatosi dai suoi parenti e dalla società di famiglia poco tempo prima, si vede costretto a tornare a gestirne i problemi finanziari, una volta che suo padre (e suo ex-capo) George Senior viene arrestato per aver sperperato il denaro dell’azienda per “spese personali”.

Quello che segue, nelle tre stagioni che compongono finora la serie, è quanto di più folle ed esilarante sia stato trasmesso sulle emittenti in chiaro USA: la serie è girata con la tecnica del mockumentary, ossia il falso documentario, permettendo allo spettatore di calarsi nelle vicende dei Bluth con lo spirito di chi osserva un qualsiasi reality show. Creato in un periodo storico dove lo scandalo della Enron era ancora materia delle prime pagine dei giornali, Arrested si diverte a dare una versione ridicola ed eccessiva del sogno americano, del self made man che si rivela essere un truffatore da quattro soldi, circondato da una pletora di personaggi fra i più divertenti visti in televisione, da Gob, il mago di famiglia, allo psicologo Tobias, dal figlio di Michael, George Michael, segretamente innamorato di sua cugina Maeby, fino a Buster, incapace di liberarsi dalle grinfie della madre Lucille; il lavoro di scrittura è encomiabile, riuscendo a tracciare una storia che sorprende sempre per le sue trovate, dalla prima all’ultima puntata, arricchito dalle numerosissime guest star apparse lungo le varie stagioni, da Zach Braff (J.D., Scrubs) a Liza Minneli, da Charlize Theron al mitico Henry Winkler/Fonzie, da segnalare per il suo ruolo di avvocato gay che stride ironicamente con il suo personaggio in Happy Days.

Davvero difficile racchiudere in pochi caratteri lo spirito di una serie che ha davvero osato dal punto di vista narrativo, ponendosi come una delle prime comedy di nuova generazione consapevole di trovarsi di fronte un pubblico attento e maturo, che non si accontenta della solita sit-com con le risate registrate.