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Appunti Critici: una settimana di ricerca DNA

La danza del RomaEuropa Festival

Sarebbe stato decisamente più professionale presentare un resoconto criticamente dettagliato della passata settimana di DNA.Danza Nazionale Autoriale, il variegato progetto che Romaeruopa Festival ha dedicato alla danza, ma la proposta teatrale capitolina costringe all’ubiquità e così abbiamo rinunciato alla precisa e duttile tastiera per ritornare all’immediatezza di penna e taccuino. Quanto segue infatti è da considerarsi più come un diario di viaggio, itinerante, parziale, lacunoso, frettolosamente scarabocchiato, ma aperto a tutti. Appunti da sfogliare a piacere e leggiucchiare con leggerezza.

Prima tappa – 4 novembre 2014

La spirale di DNA si apre all’Opificio Romaeuropa: spazio multiculturale situato nel cuore di Ostiense, il quartiere industriale romano di primo Novecento recentemente tornato a nuova vita grazie – anche – alle incursioni di street artist quali Iacurci, Blu, JB Rock o Lex & Sten (guarda qui). Si comincia con due studi: you b. di Buldrini/La Ragione e Tiny di Ajmone. Il primo – riproposizioni coreografiche dei soggetti allegorici del fiammingo Bosch – è interessante ma forse impermeabilmente ermetico, il secondo – rievocazione minimalista di un passato perduto – parrebbe un po’ semplicistico ma scatena l’entusiasmo di un’inaspettata claque in sala.

Giunge poi, decisamente più strutturato, Sistema del cileno Lautaro Reyes. Vediamo un uomo e una donna, due corpi, due figure, che prima di tutto sono emanazione di segni archetipici: il verticale e l’orizzontale, la vertigine e l’attaccamento, l’ambizione e l’accoglienza. In quattro brevi quadri dalle diverse temperature i due danzatori scandiscono disagio e complessità dei rapporti interpersonali.

A questo punto la striscia di carta che ci è stata consegnata all’entrata ci ricorda che c’è da votare tra i primi due studi, ma non facciamo in tempo a barrare una delle due caselle che in fretta e furia viene emesso il verdetto – non si sa bene per volere di chi –: a vincere il minicontest di DNAppunti coreografici è Ajmone. Nuovo scroscio della claque. Al che ci sorge un dubbio: l’appuntamento era anche per non addetti? Tutti sanno già tutto? Perché c’è questo clima di tacita e dimessa frugalità, quasi ogni cosa andasse sbrigata prima che qualcuno se ne accorga?

La serata continuerebbe con Sharon Friedman al Vascello, ma noi Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni al Teatro India.

Seconda tappa – 5 novembre 2014

Piccolo Eliseo. Tame Game, ovvero gioco di addomesticamento. E si comincia infatti con un fondoschiena messo in cornice. Un’immagine che in sé contiene già tutti gli elementi per cogliere lo studio presentato da Moreno Solinas: la provocazione, il suo confinamento, nonché la necessaria ironia per mostrare tale perenne scontro di forze fra iconoclastia e castigazione. Eppure, forse involontariamente, emerge anche un altro sguardo: qual è il quadro che vogliamo osservare? Come componiamo la nostra percezione dell’arte oggigiorno? Lo stallo della nostra “contemporaneità” non sta forse in questa ansia di riempire sempre-comunque-e-innanzitutto la cornice?

La sera prosegue con Triple BillCatarzi, SchuiteMaker, Serussi -, ma Michele Sinisi attende in sala Gassman con il suo Riccardo III e così lasciamo via Nazionale e ci incamminiamo verso il Teatro dell’Orologio.

Terza tappa – 6 novembre 2014

Non pervenuta. Bollino rosso a Roma. Timore delle ripercussioni della bomba d’acqua sul tracciato ferroviario. Ci perdiamo Black Milk di Louise Vanneste.

Quarta tappa – 7 novembre 2014

Decisi a espiare l’allarmismo meteorologico, riprendiamo il percorso DNA da Trastevere. Doppio esperimento – con danzatori amatoriali – a ingresso gratuito. Ballroom di Chiara Frigo trasforma l’ex-officina delle Carrozzerie_n.o.t. in una sala da ballo rétro e con i suoi giovani ragazzi trascina una dozzina di spettatori in un gioco circolare – e un po’ statico – di scambi e approcci da primo appuntamento; neanche a scommetterci, si finisce con Il tempo delle mele (Reality di Sanderson). Over 60 di Silvia Gribaudi vede altrettante signore attempate passeggiare in un carosello di sguardi ammiccanti e passetti finto bizzosi, concedendosi progressivamente a un spoglio intimistico di rivelazioni per virare infine verso un piccolo grande carnevale d’identità. Si sorride, si ridacchia, ma manca la percezione di una laboratorio strutturato.

Risaliamo criticamente verso il centro, direzione Piccolo Eliseo. Si comincia con Manfredi Perego e il suo Dialogo a tre con una molecola d’aria: l’atmosfera è suggestiva, carica di cellule musicali costruite in loop dal vivo (Paolo Codognola) e umori crepuscolari (Antonio Rinaldi), di contro però si presta poca attenzione alla coreografia gravitazionale del danzatore parmigiano il cui dialogo – anche scrutando le reazioni del pubblico – dà più l’impressione di un delicato e intimo soliloquio.

Tempo di cambiare la scena e in un climax dai ritmi e i rumori sempre più alienantemente industriali, Rock Rose WoW propone il difficile incastro delle relazioni, l’ardua meccanica dei dialoghi, la ruggine corrosiva dell’egocentrismo. Giustamente disturbante, vieni da chiedersi tuttavia se in quell’ora di tempo Daniele Ninarello non avrebbe potuto concedersi anche qualche secondo per affiancare all’ingolfamento presente una fluida costruzione per il domani.

Quinta tappa – 8 novembre 2014

Con grande nostalgia per Hakanaï, torniamo di nuovo ai macelli dismessi de La Pelanda per assistere a Indigene, coreografia in due atti composta da Virgilio Sieni per quattro adolescenti in prima pubertà. Sullo splendido sfondo atonale composto da Manzini (ensemble De Rerum Mechanica), si vorrebbe mostrare – immaginiamo, dato il nome – la precarietà di questo spazio-tempo di nessuno, in cui i piccoli cuccioli di uomo non sono ancora indigeni di nessuna terra e pur calpestandola ne creano una dimensione tutta personale. Purtroppo i visi delle giovani danzatrici sono – comprensibilmente – tesissimi, concentrati al millimetro sui movimenti, e l’intera performance tradisce un calcolo affettatissimo che stride parecchio con la plasticità congenita alle piccole protagoniste.

Lasciamo Testaccio e ci inerpichiamo su fino a Monteverde, un gremito Teatro Vascello accoglie O O O O O O O O (IT) progetto che trae ispirazione dal «Museo delle relazioni interrotte» di Zagabria; ma in questa versione italiana, in realtà, c’è una “O” in meno, perché la compagnia Fattoria Vittadini conta sette danzatori. Giulio D’Anna presenta, dunque, l’elaborazione di una separazione in chiave corale scanzonata: un patchwork coreografico-musicale che, pur pasticciando e tirando per oltre un’ora materiali non propriamente originali, risulta sicuramente divertente e toccante, e in grado di indispettire spassosamente le presunte intenditrici attempate in quinta fila, arrivate al Vascello, fresche di stucco, seguendo chissà quale strano richiamo—o forse si erano solo scaricate le pile del telecomando?

Sesta e ultima tappa – 9 novembre 2014

Disertiamo il primo appuntamento domenicale di DNA all’Opificio per intrufolarci in tutt’altro ambiente: l’opulento e affascinante Istituto Svizzero, giusto a ridosso di Via Veneto, che fra rose, agrumi e sentieri di ghiaia ci conduce alla riscoperta di un compositore nostrano semi-dimenticato, Giacinto Scelsi (1905-88). Grazie al pianista Ottaviucci ci immergiamo nelle Suite IX “Ttai”, che, come suggerisce la parola stessa – «Pace» in cinese –, trascina in accordi lunghi, contemplativi, dal respiro orientale, in cui la sospensione delle note, anche quando contrappuntate da acute dissonanze sincopate, concede un respiro disteso che lascia dimenticare presto la ricchezza dell’ambiente circostante e trasporta in dimensioni altre di meditazione (la suite è una variazione sul mantra Om).

Durante l’intervallo tra una suite e l’altra fuggiamo di soppiatto, tagliamo il Quirinale per Via delle Quattro Fontane e ritorniamo ancora una volta al Piccolo Eliseo per un grande appuntamento con la danza. Dopo circa vent’anni Raffaella Giordano (co-fondatrice di Sosta Palmizi) torna a interpretare Fiordalisi: una lezione di umanità fragile e potente, potente perché fragile. È una danza, la sua, in cui nessun movimento è apparentemente necessario, in cui ogni gesto potrebbe morire nello istante in cui si mostra al mondo, e che pure al tempo stesso da tale delicata fragilità lascia sbocciare – in sé e da sé – nuove manifestazioni di vita e di irrinunciabile e insopprimibile continuità.
Emozionati, com-mossi e finalmente senza parole, all’uscita dal teatro troviamo quelle – le parole – dei giovani ragazzi del laboratorio di sguardi #DNAwords, con le quali decidiamo di concludere la nostra esplorazione settimanale e richiudere infine il nostro taccuino.

Grazie


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