Foto ©Ludovico Brancaccio

Napoli ’43 – Enzo Moscato

Ha il fascino poetico e corale di un pezzo di storia, rivissuto sulla scena con delicatezza e senza retorica. Napoli ’43 di Enzo Moscato è lo spettacolo sulle quattro giornate d’insurrezione popolare che hanno condotto alla liberazione della città partenopea dall’occupazione tedesca. È il ricordo che pungola chi, per guardare sempre avanti, memoria di quei giorni e del loro significato, ha perso.

28, 29, 30 settembre e 1 ottobre. Cento ore in cui la rabbia montata in anni di guerra e bombardamenti, da ultimo, esplodono contro le restrizioni draconiane del colonnello Scholl sullo stato d’assedio della città. Sul palco, tra lame di luce, si illuminano come lampi le voci di coloro che quei giorni li hanno vissuti. Totore o’scarparo, Gina la mandolinista, gli scugnizzi, gli ex fascisti e tutto il ventaglio di umane fragilità. Tra loro si muove anche Enzo Moscato, nei panni di ex collaborazionista fascista e poeta. Le parole costituiscono i frammenti, gli scampoli di sguardi individuali che ricostruiscono la scena più ampia della storia, dove gli eventi immediatamente antecedenti o successivi all’insurrezione si mescolano al “mentre” della ribellione.

Da spettatori, l’assenza di una non necessaria quarta parete ci trasforma in popolo, costretto ad assistere e piegarsi al plauso per la fucilazione di un giovane e compatriota marinaio, sacrificato a titolo d’esempio. I giorni della deportazione, dell’aria insalubre dei vagoni e dell’attesa della più vicina stazione per scaricare i corpi di chi nel viaggio muore, si confondono con i momenti concitati della resistenza, degli spari per strada, dei mobili e recipienti “chin e pisciazz’” gettati dalla finestre contro gli occupanti. La cattura e l’uccisione della spia, la prostituta bionda ariana dalle movenze tronche di bambolina poetiche, si trasforma in danza macabra e burlesca, sotto gli sputi delle vecchie e gli sfoghi di violenza.

Gli eventi si sovrappongono e nessun grado di ferocia, agita e subita, viene elisa. L’immagine delle morti dei più piccoli nei campi di concentramento ha così il tramite di una bimba dalle vesti rubino. Le sue braccia, nella finestra di luce vermiglia, disegnano un poetico e innocente volo, una liberazione, a conquista dello scollamento forzato dalle sue spoglie.
Poi, il foglio di un’opera di Sofocle, lasciato cadere senza troppa importanza.
L’espressione dell’umanità è giunta all’apice del suo annichilimento

Se la saturazione è imminente e la riconquista della dignità un’urgenza, anche la congenita trasformazione, quasi biologica, operata dalla guerra sull’individuo, si prepara a raccogliere i suoi frutti più amari, come lascito negli anni a venire. Qualcosa di quella “Napoli bella” si è perso dopo la guerra e così il ricordo del valore delle sue quattro giornate – come dichiara o’professore, Antonio Casagrande, nel ruolo di memoria storica, presente sulla scena.

A settant’anni dai fatti di quell’autunno, Enzo Moscato realizza, nella rifrazione delle sue storie, una complessa e intensa scrittura scenica, da egli definita come “un umile lavoro da aggiustatore, da rimediatore, da risanatore, se possibile, di ciò che ora è lacerato, rovinato, irrimediabile, nella sua interezza e integrità, che un tempo, certo, ha avuto”.
L’uso impastato del dialetto napoletano, ricomposto in rima, si trasforma nelle mani dell’autore in ritmo, movimento vocale. L’azione fonetica, potenziata dalle musiche di Claudio Romano, da canti popolari e filastrocche storpiate, realizza, assieme alla partitura gestuale, un’opera densa, totale, dai toni vividi e lividi, che è poesia nella forma e nel contenuto. Trasmissione orale e carnale, a più voci e corpi, di quegli eventi convulsi che tanto distanti non sono e che eppure con “scuorno” si perdono nella memoria corta, e non solo della storia.

Teatro Nuovo, Napoli – 8 novembre 2014

In apertura: Foto ©Ludovico Brancaccio