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Annientamento

Un viaggio mistico nella soft science fiction

Un meteorite entra in collisone con il meraviglioso pianeta Terra, colpendo in una desolata zona marina un faro, simbolo di luce e di riferimento dopo un lungo viaggio nell’oscurità siderale; non ci è dato sapere se il marinaio dello spazio che giunge sin lì ci arrivi per caso o per una qualche ragione. Da quel momento un’energia misteriosa si espande nell’area geografica circostante, muta gli organismi viventi, crea nuove specie, replica il DNA umano e si diletta in (improbabili) sculture artistiche da giardino settecentesco. Diverse spedizioni di soldati, spinti dalla necessità di capire cosa sia questa energia, periscono però appena entrane nell’area misteriosa scomparendo nel nulla. Soltanto uno di loro torna indietro, Kane interpretato da Oscar Isaac  (che dopo Star Wars rischia di essere in troppi film) ma non gode di ottima salute, le sue cellule si sono modificate, tossisce sangue, sembra prossimo alla morte. Sua moglie Lena (Natalie Portman), una biologa piuttosto sensuale e “traditrice” (va a letto col nero scienziato del relativismo, che ricordiamo nell’Endurance di Interstellar) per compensare questo senso di colpa decide di inoltrarsi nell’Area X insieme ad un risoluto gruppo di scienziate.

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Durante il tranquillo ma inquietante cammino nella foresta divenuta quasi bioma tropicale (nuove specie, sgargianti fioriture dai colori accesi, folta vegetazione degna di Avatar e Bambi) le giovani scienziate si trovano a confrontarsi con una parziale perdita di orientamento, la memoria viene meno, la bussola confonde i poli magnetici. Dopo alcuni giorni di cammino arrivano finalmente in una campo base, quello già frequentato dalle spedizioni precedenti. Un messaggio digitale lasciato in busta contiene la registrazione di scioccanti immagini horror del commilitone precedente, apparentemente delirante e intento a compiere atti di autolesionismo.

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Le scienziate, piuttosto che agire con razionalità (così si presuma debbano fare, perlomeno analizzando i dati empirici) spengono la videocamera e giocano al piccolo chimico (raccogliendo qualche campione così a caso). La Portman, che si è occupata per tutta la vita di malattie tumorali non risparmia deduzioni scientifiche e nell’arco di pochi fotogrammi riesce a intuire il meccanismo alieno in atto; a colmare le sue lacune per fortuna c’è la fisica che riesce a giustificare le stravaganti (ma suggestive, comunque) creazioni artistiche dalla forma umana che popolano il nuovo giardino dell’Eden. La fisica si è trasformata in ornamento da giardino perché giustamente si è resa conto che “non vale la pena capire”.

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Nonostante la disperazione e la paura, comunque mal supportata da una sceneggiatura quasi soap opera (dove le battute si limitano a sottolineare azioni già chiare di per sé, del tipo: “questa è una mappa; questa è un messaggio che ci hanno lasciato; questo coccodrillo è mutato; questi fiori sono strani; etc.) le donne decidono di procedere e di resistere alla tentazione della follia. Dentro il faro un invitante orifizio venato nella bianca parete conduce in un corridoio segreto, vero e proprio antro anale diretto allo stomaco della questione. Al suo interno l’alieno (che ancora non abbiamo visto in una forma specifica, tanto che per tutto il film si fa riferimento ad una “energia”, una “barriera”, etc.) promuove riti dionisiaci conducendo alla follia chiunque si inoltri così in fondo. Appena la forma di vita aliena e la donna entrano in contatto l’una si fa altera dell’altra, un’altra cosa: uno straniero, un alieno. Cosa significa essere se stessi? Come possiamo essere noi stessi se cambiamo continuamente in un processo che non si ferma mai? Che cos’è questa energia aliena se non il naturale proseguimento della vita, del cambiamento costante, del mutamento (la mutazione è una delle regole del fenomeno evolutivo, e non favorisce o sfavorisce nessuno in particolare proprio per la sua natura contingente).

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Interrogativi che vengono sollevati negli ultimi minuti di narrazione (comunque i più suggestivi) quando viene finalmente abbandonato il dialogo, il debole effetto suspense accompagnato dagli elementi horror poco incisivi e costruiti ad hoc per alzare la tensione in periodici momenti della narrazione. L’epilogo ci pone una domanda, che si apre a diverse e complicate interpretazioni, sull’identità, sulle radici, sul fenomeno del mentale e quindi sulla natura umana. Gli spunti interessanti soffrono però di una malriuscita capacità di sintesi, non solo perché si svelano nella parte conclusiva (il che può essere giustificato) ma proprio per un’ intrinseca carenza della regia (sia nella direzione degli attori sia nella messa in scena, veramente troppo scontata e grezza). Il tentativo di porre lo spettatore di fronte agli interrogativi esistenziali dovrà peraltro sempre più confrontarsi con l’incedere della società scientifica attuale.

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Inoltre, la questione sulla vita aliena (che comunque non è il fulcro di Annientamento, che direi essere più il tema dell’identità etc.)  emergono in progetti meglio riusciti, basta ricordare il lavoro svolto da Ridley Scott che da provetto scientista alterna oramai la sua carriera tra film mediocri (orribile Tutti i soldi del mondo) ad una vera e propria indagine deduttiva-filosofica sulle possibile origini dell’uomo: Prometheus è un punto di partenza in verità piuttosto interessante seppure anch’esso soffra di un certo antropocentrismo (l’alieno ha in fondo connotati umani, la città aliena ha tutte le fattezze della polis greca). Lo stesso The Martian anche se un po’ burlone si chiude con una battuta inequivocabile che esprime molto bene la visione (fanta)scientifica del regista; l’astronauta Matt Damon è finalmente tornato sulla Terra dopo una drammatica avventura su Marte e parla ai suoi studenti dicendo qualcosa del genere: “se avete un problema, raccogliete informazioni, analizzate i dati e trovate la soluzione”. Esempio più recente è Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve che pur tralasciando i dettagli tecnici sulla “biologia della clonazione” crea un mondo futuristico piuttosto credibile, sollevando questioni filosofiche non indifferenti sull’umano e sui sentimenti della robotica (certo, qui viene privilegiato il lato poetico della questione); a colpire è la coerenza del mondo creato (già inaugurato da Scott molti anni fa), che contraddistingue – pur dicendolo in modo metaforico – quella che Karl Popper chiama (fanta)scienza e pseudo(fanta)scienza.

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La credibilità rimane comunque un tassello fondamentale per una certa fantascienza, che da Voyage Dans La lune di Méliès a 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick ne ha fatta di strada: alcuni classici che mi vengono in mente sono per esempio Contact di Robert Zemeckis realizzato con la consulenza di Kip Thorne, Apollo 13 di Ron Howard con le scene senza gravità girate in caduta libera sull’aereo, e naturalmente Interstellar, con la prima rappresentazione digitale dell’”orizzonte degli eventi”, sempre con la consulenza di Thorne peraltro vincitore del Nobel per la scoperta delle onde gravitazionali). Tutti grandi Blockbuster supportati da budget non indifferente che coniugano però molto bene la natura del cinema con le esigenza dell’indagine fanta-scientifica.

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Non si può rimproverare al film di Garland che non sollevi delle questioni interessanti ma una certa cura nell’esecuzione della tesi è necessaria affinché lo spettatore ne possa trarre qualcosa, oltre al mero stupore romantico dell’evento “alieno” (sempre se guardiamo a questo fronte del film). Pure una mezza pacchianata come La Guerra dei Mondi di Spielberg rispetta il lato scientifico, suggerendo che gli alieni periscono a causa di una qualche malattia infettiva per il contatto con il pianeta Terra e gli umani. Vero è che non basta una battuta a rimettere tutti i tasselli in ordine, ma è altrettanto vero che ne basta una per scongiurare tutto il resto. E’ sintomatico che rispetto al film precedente di Garland (Ex Machina), qui ci sia una sorta di regressione nel metodo d’indagine proposto dal film. In Ex Machina il protagonista testava, sperimentava il rapporto di un uomo con un robot (esperimento mentale che peraltro figura nei libri di scienza), in Annientamento tutto si limita ad uno misticismo disorientante (se non per le poche battute un po’ raffazzonate).

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E’ facile ricordarsi quante volte la stessa Portman risponde alle domande inquisitorie che le vengono poste con un semplice “non lo so”. Ma se quel non lo so può essere credibile sulla bocca della protagonista  non può esserlo per quanto riguarda la piaciona tesi del film, che viene difficile accogliere. Ci troviamo certamente nella posizione in cui “tutto ciò che è possibile non può essere dimostrato falso” ma sarebbe bastata più cura nei dettagli per fargli assumere un ruolo più autorevole come film fantascientifico. Da non dimenticare l’ossessiva presenza dell’effeto lens flare inaugurato da J.J Abrams, che globalizza l’immagine di un certo stile di fantascienza.

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