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American Tabloid – James Ellroy

Questo libro non è per chi crede di aver ben chiaro chi siano i buoni e i cattivi. Non è per chi non sopporta le dietrologie e le teorie del complotto. Non è per chi odia la violenza.
Questo è il vile cabaret di James Ellroy e dell’America che nessuno vuol credere esista.
Protagonisti: Littel e Boyd, FBI: agente buono, agente cattivo. Pessimo poliziotto, grande poliziotto. Allievo e maestro. Whisky e martini. Con loro Bondurant: gorilla, spacciatore, ricattatore, un pugno da una tonnellata.
Deuteragonisti: i Kennedy, Cosa Nostra, la CIA, Jimmy Hoffa, Howard Hughes, J. Edgar Hoover capo dell’FBI, il Ku Klux Klan.
Il Coro: patrioti cubani, proprietari di peep show, bifolchi del sud, infallibili cecchini, vecchi irlandesi, giovani bellezze, star hollywoodiane, cabarettisti, omosessuali, strozzini.
In fondo una data: 22 novembre 1963; un luogo: Dallas

L’America non ha mai perso l’innocenza perché non l’ha mai avuta. Questa la tesi che porta Ellroy a scrivere di cinque anni chiave della storia americana da un punto di vista che nessuno aveva previsto, il punto di vista della melma. Cinque anni come racchiusi in un dossier, il racconto giorno per giorno di come si è arrivati a Dallas, passando dalla Chicago della mafia, la Los Angeles delle starlettes e la Miami degli esuli cubani anticastristi. La tecnica è quella del collage in cui le parti propriamente narrative sono alternate alla corrispondenza dei protagonisti, alle loro telefonate intercettate, agli articoli dei giornali. Uno stile spezzato, totalmente spoglio da ogni tipo di abbellimento, disturbante nel raccontare cose raccapriccianti con l’aria scarna e definitiva che immagini dovrebbe avere chi dice la verità. L’assenza di stile come splendida e definitiva scelta stilistica.
Una trama fluviale per un romanzo grandissimo che si legge di un fiato perché devi sapere come va a finire, non ci sono santi, lo devi sapere in fretta.