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A House in Asia – Agrupación Señor Serrano

Era di nuovo l’Undici settembre, quattordici anni dopo, a Roma. A quasi tre lustri di distanza, continuiamo a vivere In the Shadow of no Towers (il titolo, emblematico, di un fumetto di Art Spiegelman). Abbiamo assistito alla Storia farsi di fronte ai nostri occhi, per la prima e spettacolare volta l’abbiamo vista tutti, contemporaneamente, insieme, trasmessa. Di fronte a uno schermo abbiamo visto il mondo cambiare. E gli schermi moltiplicarsi. E le immagini sovrapporsi, le visioni diventare esperienza, la realtà scivolare nella rappresentazione.

Cosa c’entra questo con la “casa in Asia” del titolo? Siamo a teatro, l’Agrupación Señor Serrano (Àlex Serrano, Pau Palacios, Alberto Barberá e Ferran Dordal, da Barcellona) attende ai bordi del palco. C’è un tappeto verde con dei modellini, un cavalletto, un paio di telecamere, un Pc e uno schermo sul fondo. Sulle nostre teste pende un proiettore. Le ombre delle non-Torri si sono allungate, i racconti si sono moltiplicati, la Storia e le storie hanno avuto scontri e incontri pirotecnici.


Foto ©Nacho Gomez

Per esempio la storia di Mark Owen (non il cantante dei Take That, un altro), il SEAL che uccise Geronimo, ovvero Osama bin Laden e raccontò nel libro No Easy Day l’esperienza (il suo vero nome è Matt Bissonnette). All’ombra delle non-torri Mark/Matt è il nostro protagonista. Sente la pioggia battere sul suo pick-up nel parcheggio di un fast food, pensa a Geronimo, e ai riflessi. Quanti riflessi può avere un’ombra?. Quante case bisogna costruire per incastrare Geronimo? C’è quella di Abbottabad, in Pakistan, con il suo orto per le fragole. C’è la copia in North Carolina dove i SEAL hanno preparato l’operazione. C’è n’era una in Giordania, dove Hollywood ha consegnato alla mitologia l’impresa, in Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. C’è, infine, quella che Àlex Serrano e compagni hanno ricostruito in scala e intorno a cui si muovono, che riprendono con la telecamera mentre viene invasa da indiani e cowboy. Geronimo… tanto valeva chiamarlo Moby Dick, ci si chiede, la nemesi di cui tutti abbiamo bisogno, e infatti il Presidente sarà proprio l’Achab di Gregory Peck nel film di John Huston.

Lo spettacolo è un miracoloso incontro tra teatro e cinema, tra videogioco e artigianato, tra satira ed estetica. Come in una grande sala giochi, la compagnia maneggia i modellini, con una torcia simula un temporale, muove i pezzi sul tavolo con perfetta sincronia: a volo d’angelo siamo a New York e in Pakistan, in un fast food qualunque di un’America qualunque e sul set della Bigelow. Tutto avviene in diretta, simultaneamente possiamo assistere ai movimenti sul palco e a ciò che la telecamera restituisce. Ma la proiezione non è cruda, arriva già lavorata, montata con una sovrapposizione di immagini e stimoli che deformano e allargano l’esperienza dello spettatore. Vediamo l’azione scenica, e i suoi riflessi.

Ci sono voci americane registrate, inserti e citazioni, la lotta al terrore che diventa l’ennesima guerra tra il Settimo cavalleria e gli Apache, c’è Groucho Marx, ci sono i Take That e le ballerine, i cappelli da cowboy e le birre. La storia è diventata uno specchio, ma noi l’abbiamo riconosciuta come tale? Come Groucho Marx quando non capisce se di fronte ha la sua immagine o un altro sé (guarda qui), così è la nostra storia condannata a ripetersi, deformata da milioni di specchi rotti.

Siamo ancora Achab e ancora Moby Dick, indiani e cowboy. Lo Sceriffo può cambiare aspetto, ma ripeterà sempre le stesse cose. L’operazione dell’Agrupación Señor Serrano è ardita nel suo essere arte combinatoria, è densa di sovrapposizioni di significato, è puzzle senza un modello a cui far riferimento.

Ma questo spettacolo è una scatola piena di oggetti, di svariata natura, da cui si pesca continuamente, in maniera solo apparentemente casuale. E ogni oggetto ha una storia e un ruolo, e ogni nuovo arrivo muta la forma dell’insieme, e i rapporti scivolano e i significati slittano e si ribaltano. Un po’ come pensare, un po’ come vedere, un po’ come andare a teatro.

A House in Asia parla di Mark Owen e di Geronimo e di Achab, ma nella sua creativa e ironica sur-realtà ci mostra una via d’uscita dall’infuriare delle immagini, perché forse non si può scappare da questo tempo di schermi, ma niente ci può togliere il diritto di scegliere cosa pescare dalla nostra scatola, come comporre i nostri modelli, i nostri giochi, le nostre vite.

(Foto ©Claudia Pajewski)