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Jacques Tati

Un personaggio ineffabile ha attraversato in silenzio, e con incedere allampanato, la storia del cinema. Segnandola profondamente, mentre borbottava monosillabi incomprensibili dentro una pipa spenta. A molti di noi è capitato di vedere scampoli di film di Jacques Tati, al secolo Tatischeff, senza saperlo. È’ esperienza comune inciampare nel suo cinema, tanto singolare da poter apparire a prima vista anonimo, senza riconoscerlo: la comicità di Tati è discreta, rarefatta, sottile, percorsa da una vena di sorridente malinconia.

I suoi film, cinque lungometraggi in tutto, di cui almeno quattro capolavori, oltre ad essere concentrati di elegante umorismo, sono autentici saggi sull'utilizzo del dispositivo audiovisivo. Nella composizione delle gag, sempre incastonate dentro un’accuratissima costruzione dell'inquadratura, l'apporto del sonoro è, per esempio, determinante. Così come lo sviluppo delle gag stesse, che non è mai immediato ma, procedendo per accumulazione, richiede un’attenzione costante da parte dello spettatore alla quantità di “azioni multiple” in corso dentro lo schermo.

Mon oncle, Jacques Tati, 1958

Mon oncle, Jacques Tati, 1958

Si pensi ad una sequenza magistrale come la lunga inaugurazione del ristorante in Playtime, film-summa della poetica di Tati e sua pietra tombale, punto di non ritorno del mastodontico progetto produttivo che avrebbe condannato Tati al fallimento economico. In un orgiastico sovrapporsi di situazioni, tutti gli elementi comici confluiscono nella simultanea profondità di campo di una inquadratura, consegnando allo spettatore l'esigenza, e la libertà, di scegliere un punto di vista. Solo uno degli infiniti possibili.