Foto di scena ©Manuela Giusto

Zombitudine – Frosini/Timpano

Esiste una rabbia che nasce dall’odio, dal disprezzo, dal desiderio di vendetta, e poi c’è un’altra rabbia, soffocata, che invece nasce dal dolore, dall’impotenza, da un’empatia che viene prima frustrata e poi mortificata, e ch’eppure cela un profondo impeto d’amore. La rabbia “educata” di Frosini/Timpano è di questo secondo tipo.

Certo, il titolo dello spettacolo sembrerebbe presupporre tutt’altro e chissà forse è davvero così, ma osservando Zombitudine oltre l’evidente metafora del morto vivente quale individuo totalmente spersonalizzato, inconsapevole e massificato, si trova proprio questo, un sentimento combattuto fra l’empatia e la frustrazione, onesto ma esasperato, che non sa ancora in cosa debba trasformarsi.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

Elvira Frosini e Daniele Timpano ci appaiono in proscenio a sipario chiuso, oscillanti lungo una soglia fra la non-vita e la non-morte. Sono barricati, isolati, trincerati, in un’attesa che è temuta e invocata al tempo stesso, perché gli zombie li circondano, sono ovunque e arriveranno anche lì, anche in quella linea di confine che ormai tanto nell’arte quanto nella quotidianità è diventata l’unico non luogo dove provare a esserci. Oltre tale vitale e deprecabile precarietà, ci sono «loro», quegli strani esseri che hanno cominciato a decomporsi e corrompersi in anticipo sulla morte.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

La lunga attesa creata non porterà a nulla, ma non potrebbe essere altrimenti. Già, perché lo spettacolo è incardinato su una denuncia che in quanto tale agisce per constatazione: non promette un’evoluzione ma mira a svelare un fenomeno. Se da un lato, dunque, Zombitudine sembrerebbe avvitarsi in un’ironia che si fa puro e amareggiato sarcasmo, dall’altro grattando via la superficie della superata retorica zombie emergono piccoli preziosi momenti di grande umanità, in cui i due assediati smettono di guardare ossessivamente l’esterno e scandagliano dentro sé stessi, per scoprire, finalmente, che «noi» e «loro» sono la stessa cosa.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Foto di scena ©Manuela Giusto

Come diceva Emerson – citiamo a braccio –, le masse saranno sempre masse finché continueremo a vederle come tali: cominciamo a dare un nome a ogni singolo individuo, a considerarlo uno e uno soltanto, ad accoglierlo e a scoprirlo, e le masse scompariranno. Questa grande sensibilità “empatica” a Frosini/Timpano certo non manca, ma la trappola del dolore, dell’impotenza, della rabbia è sempre dietro l’angolo e spesso li tiene sotto scacco.

Dopotutto però, anche gli zombie, forse, presi uno a uno, non devono essere poi tanto male!

Teatro dell’Orologio, Roma – 12 novembre 2014