Foto ©Pascal Victor/ArtComArt

The Valley of Astonishment – Peter Brook & Marie-Hélène Estienne

“La diversità è un limite o una risorsa?” Si apre così la nuova stagione teatrale del Funaro di Pistoia: una domanda che indaga la metateatralità di cui essa stessa è portatrice. Dopo Obludarium dei Fratelli Forman, The Valley of Astonishment (La Valle dello Stupore) di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne giunge al Centro Culturale pistoiese (dopo il debutto al Teatro Stabile dell’Umbria) per la seconda e ultima tappa italiana del tour mondiale.

Qui, ricerca teatrale e scena minimale ruotano entrambe attorno alla parola sinestesia, ovvero il fenomeno per cui due percezioni sensoriali giungono in concomitanza, si mescolano e si stimolano a vicenda. Da un lato, dunque, un fenomeno cui la scienza ha dato un nome ma rispetto al quale sembra incapace di coglierne il senso, dall’altro, invece, le storie di chi si riscopre “fenomeno” poiché vive personalmente tale doppia percezione, ignorandone forse la terminologia accademica ma non certo l’essenza.
E se i nomi fossero strade di una città sempre nuova, le note musicali – colori, il niente – una carta da gioco bianca? Un mondo così fatto potrebbe esistere anche se le spiegazioni scientifiche non riuscissero a coglierlo? Potrebbe “Essere o non Essere?”.

No, non è un’opera di William Shakespeare, eppure in poco più di un’ora – in inglese sottotitolato – The Valley of Astonishment (basato su ricerche neurologiche, testimonianze, e ispirato al poema persiano Il verbo degli uccelli di Farid al Din ‘Attar) riesce a far vibrare le stesse corde ‘amletiche’ attraverso la potenza caleidoscopica dell’immaginazione.

La scena è composta da un rettangolo color legno, su cui sono disposte poche sedie e un tavolino. Al suo esterno c’è un attaccapanni e gli strumenti che Raphaël Chambouvet (al piano) e Toshi Tsuchitori (strumenti a corde, fiato e un’anfora) suoneranno, in un dialogo drammaturgico con gli attori Kathryn Hunter, Marcello Magni, Jared McNeill; i quali sono “fenomeni”, sì, ma anche i dottori del dipartimento di Scienze Neurocognitive che osserveranno i “casi” di questa Valle dello Stupore, in cui la meraviglia può avere il tono di una vocale colorata, la luce – di una pennellata, la leggerezza quella di una nota che tuttavia rischia di rimanere incastrata nelle parole.

La giornalista Mrs. Costas (Sammy per gli amici), interpretata dall’ipnotica Kathryn Hunter, ha una memoria infinita che le permette di ricordare tutto senza appuntare niente. Eppure, proprio perché “troppo brava”, verrà licenziata. Così avrà inizio un girone dantesco colorato con esuberante fantasia e umanità: medici, esami clinici, uno show televisivo per fenomeni, altri casi di sinestesia e una ridda di domande che apriranno nuovi interrogativi. Come si può dimenticare? Come è possibile essere (sé stessi) quando non si è (come gli altri)?

Così Peter Brook e Marie-Hélène Estienne proseguono il loro lungo viaggio (come già in L’homme qui o Je suis un phénomène) alla scoperta dei misteri del cervello umano, restituendo una rappresentazione che ha il tocco lieve – sì stupefacente – di un guizzo nelle profondità umane. Si ride, si gioca, ci si commuove dinanzi a uno spettacolo che non rifiuta di accogliere nessun sentimento. Gli attori – sì sorprendenti per la loro plasticità, la loro immediatezza mimetica – lasciano che gli intermezzi comici, le acrobazie verbali, il riso popolare e anche le brutalità delle azioni fisiche si adattino su di loro e su una scena in cui c’è posto per ogni apparente dicotomia sinestetica: per la realtà e la fantasia, per la tragedia e la commedia, per la nobiltà e la viltà.

E forse proprio così la meraviglia, lo stupore, il mistero, possono entrare sulla scena e in platea. Perché, in fin dei conti, viene lasciata aperta loro ogni porta.

Funaro, Pistoia – 21 novembre 2014

In apertura: Foto ©Pascal Victor/ArtComArt