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Morte di un commesso viaggiatore – Elio De Capitani

Da qualsiasi parte lo si guardi, Morte di un commesso viaggiatore – Inside his head di e con Elio De Capitani, scava nelle antinomie da cui siamo (de)generati, di cui siamo portatori (sani e non) e verso cui siamo attratti e distratti. Come mai questi lapsus di nostra ben misera “bergonzoniana” memoria per una pièce di Arthur Miller datata 1949? Perché è stata capace di ridestare il nostro senso di universalità sepolto da stratificazioni di individualismo prodotto, consumato ed ereditato.

Lo fa procedendo per contrapposizioni, scarti, che aprono all’onirico proprio perché affondano nell’analisi del testo statunitense. «Commesso viaggiatore» è una parola dall’architettura novecentesca che ha deviato la sua dignità verso il concetto più moderno di «rappresentante» rischiando di impantanarsi nelle pozzanghere di un microcosmico «venditore porta a porta». Ma il sottotitolo in «esperanto moderno» gli corre in aiuto: in his head. Un passepartout drammaturgico che ci fa entrare davvero nella testa (e nella casa) di un lavoratore che esisterà ancora per poco e di un mestiere che non c’è più: quello di Willy Loman (Elio De Capitani).

La frizione del titolo torna nell’impianto dello spettacolo portato in scena al Teatro Manzoni di Pistoia e prodotto dal Teatro dell’Elfo di Milano. In Casa Loman niente è come appare e la scenografia (Carlo Sala) opprimente e mutevole sarà proiezione della forma mentis di Willy. Porte girevoli, ambienti a scomparsa, stanze interne che diventano esterni, sono anche gli espedienti meccanici in cui la testa di Willy si sente incastrata. Sarà il ritorno a casa dei due figli – Happy (Marco Bonadei) e Biff (Angelo Di Genio) – ad alimentare il cortocircuito mentale del padre su cui invece Linda (Cristina Crippa), madre e moglie, ha sempre cercato di soffiare non riconoscendo che talvolta a soffiar sul fuoco si fa peggio che meglio.

Foto di scena ©Laila Pozzo

Willy ha sessantatré anni e non gli basta più un sorriso e una barzelletta per vendere. Ha rincorso il sogno americano miglia dopo miglia per ritrovarsi a scivolare da un’anticamera all’altra dei clienti (e della sua testa) cercando di scampare alle macerie di un sogno finto che si sta sgretolando per davvero. Ora che è stato licenziato, ora che sta scoprendo di non essere incarnazione del self made man americano, si rende conto che «La casa brucia… va in pezzi». Una vita continuamente in ombra viene contrappuntata da schizzi di lucidità che solo ora, in procinto della morte, illuminano gli interni di un’esistenza dissimulata. E così, pur privilegiando l’oscurità, deboli cambi di luci (Michele Ceglia) ci introiettano dentro le crepe di una vita, di un sistema sociale, di un paese intero.

Foto di scena ©Laila Pozzo

Misoginia e coercizione vengono chiamati «amore». D’altronde anch’esso non si allontana dal possesso e, come un bene di consumo comprato a rate, non appena finito di pagare, mostra già i difetti per cui sarebbe necessario cambiarlo. Ma qui non si cambia niente. Le fatiche di Loman – al pari, anche se per segno opposto, di quelle dei suoi figli e di sua moglie – per seguire i dettami di una società infingarda che sta fagocitando se stessa sotto colate di cemento e vicoli ciechi di liberismo, sembrano quelle di Sisifo: portare a fine il compito e poi riniziare, come niente fosse, in eterno. Il compito è apparire senza se e senza ma, di modo tale che alla fine del viaggio si possa dire: Mission Accomplished.

Foto di scena ©Laila Pozzo

Con una grande Compagnia – anche numericamente –, sondando centimetro dopo centimetro un testo di prosa del Novecento, Morte di un commesso viaggiatore – Inside his head ci restituisce pezzi di un viaggio che riconosciamo allucinante ma che sentiamo nostro e che vorremmo allontanare con la stessa forza con cui non vorremmo tendervi. Ce ne sentiamo immersi, in modo disagevole, e l’esercizio di assistervi per tre ore rischia di sembrare un sofismo quando invece è un bene cui semplicemente non siamo più abituati.

Teatro Manzoni, Pistoia – 29 aprile 2015