Foto di scena ©Manuela Giusto

The Happy Bear Show – Woody Neri | Vanaclù

“E se venisse la fine del mondo?” Quante volte tra film, libri e riviste pulp vi sarà capitata una domanda del genere. Raro, invece, è che una storia cominci da un quesito leggermente diverso, ovvero, “perché dovrebbe venire la fine del mondo?” Ecco, a porsi un interrogativo del genere ci ha pensato la compagnia Vanaclù.

The Happy Bear Show è la storia di Orso, simpatico peluche protagonista del programma tv per bambini più famoso del mondo, o meglio, è la storia dell’uomo (Marco Brinzi) che abita quel soffice costume blu: un volto, però, il suo, sconosciuto a chiunque, perfino a sé stesso. Tutto ha inizio con un crisi di nervi, un attacco di claustrofobia: l’uomo si sente soffocare nel proprio personaggio e nel bel mezzo dello show tira un pugno a un bambino. Fatto increscioso, sì, ma è niente paragonato a quanto accade dopo; già, perché una volta tornato a casa il lavandino comincia a parlargli, non solo, dice anche cose sensate; e, così, in una lotta all’incredulità ecco che da quel gorgo esce una triplice profezia: Orso riavrà il lavoro, incontrerà la donna della sua vita e, beh, sì, verrà la fine del mondo.

Se ai primi due vaticini – realizzati – l’uomo si abbandona con una certa compiaciuta remissività, al terzo si nega caparbiamente, tanto più che a sentire i sanitari spetterebbe proprio a lui, e col suo show, scongiurare la catastrofe. E, per l’appunto, lo scarto dello spettacolo è proprio questo: dopo un inizio surreale-comicheggiante – “E se venisse l’apocalisse?” – si vira verso il dramma – “Perché dovrebbe venire?” –.

Forse The Happy Bear Show ci mette un po’ a ingranare la domanda che più gli interessa (e forse rischiando di mulinare, a tratti, nel didascalico), ma quel “perché” merita decisamente spazio, più di un giudizio o di una descrizione. Woody Neri (regista e autore), infatti, fa della sua storia un’impietosa fiaba contemporanea: se la metafora dell’uomo pupazzo è certamente evidente, non deve sfuggire, tuttavia, l’assenza dalla scena di tutto ciò che è “altro” o addirittura “altrove”. Nella dimensione alienata del protagonista, a ben guardare, non c’è suono o commento musicale al suo dramma (se non il jingle insistito del suo show, clic di un’utile schizofrenia), non c’è il pubblico di bambini che giustifica il suo mondo e la sua esistenza, né sentiamo la voce profetica del lavabo; c’è, anzi, compare soltanto, Alba (Gioia Salvatori), donna provvidenziale caratterizzata da una vaga definizione: colei che “aiuta gli altri”: angelo? prostituta? funzione teatrale? Tutto insomma è proiezione di un mondo che non c’è, di una contrazione dell’uomo (moderno) su sé stesso.

Ecco allora che l’apocalisse paventata non può apparire inquietante per il mondo, perché l’unico mondo che può finire è quello dell’anonimo abitante di un costume posticcio. Perciò – sembrerebbe suggerirci Neri – se il mondo in cui viviamo è fittizio, la sua fine, perché mai dovrebbe essere ominosa? The Happy Bear Show, dunque, ci mostra il volto della crisi – quella vera, etimologica, la krìsis interiore che spinge a mettere ogni certezza in discussione e non lo spauracchio per le masse che ne è contraddizione pura -, una crisi dura, difficile, ma necessaria. La visione del pubblico (i bambini assuefatti di spettacolo d’altronde siamo noi) si deve allora infrangere.

Perché dovrebbe venire l’apocalisse? Forse per distruggere l’aberrante quiescenza di tutte le nostre maschere.

Ascolto consigliato

Carrozzerie n.o.t, Roma – 18 dicembre 2014

In apertura: Foto di scena ©Manuela Giusto