Locandina ©Claire Droppert

Sweet Home Europa – Arcuri & Carnevali

I patti che durano a più lungo sono quelli taciti, nessuno sa di averli stretti eppure tutti vi aderiscono, senza neanche esserne consapevoli. Si nasce in uno Stato, si viene cresciuti secondo un modello, si è introdotti a un sistema di pensiero, di conoscenze, di valori, di doveri e di divieti, finché dopo un po’ si finisce per credere che quella sia davvero la nostra storia, da sempre. Peccato, però, che nessuno venga mai a chiedere il permesso o anche solo un parere: ti va bene obbedire a questa Costituzione? Ti dispiace se la tua vita sarà regolata dal denaro? Sei d’accordo a riconoscerti in una cultura che non hai scelto? No, tutto è dato per scontato: nasci debole devi rimetterti all’arbitrio dei forti; il tuo muto consenso è il tuo lasciapassare alla sopravvivenza; solo dopo, forse, potrai ribellarti – ma per combattere, molto probabilmente, soltanto la tua adesione.

Al Teatro India (nella Sala A, riaperta per l’occasione) la nostra “Dolce casa Europa” ci appare come all’indomani di una catastrofe. Un denso fumo avvolge la scena; poi la nebbia poco a poco si dirada e scorgiamo un cantiere, sembra quasi abbandonato o come in attesa di un’intuizione che dia senso alla sua esistenza (ideazione progetto scenico Andrea Simonetti). È una sorta di grande arsenale, incagliato fra la terra e il mare, un po’ traforo della TAV, un po’ MOSE, un po’ EXPO: una grande opera che sarà smantellata ancora prima di essere portata a termine, ancor prima di capire a cosa mai servisse, o meglio, a chi.

Niente mondo post apocalittico, infatti, siamo nel presente, nella nostra cara vecchia Europa, il continente che da un secolo ormai si è incastrato tra il passato e l’avvenire. Ecco la grande soglia.

Foto di scena ©Valentina Tomasulo

Ciò che emerge ben presto dal complesso testo di Davide Carnevali è, per l’appunto, uno squarcio estremamente trasversale della Storia. Abbiamo un uomo (Michele Di Mauro), un altro uomo (Matteo Angius), una donna (Francesca Mazza), e generazioni di popoli che si affastellano con le loro tante storie, tutte diverse tutte uguali, fino a confondersi in un amalgama indistinto. Lungo i dodici capitoli che compongono questo insolito affresco ritornano ogni volta, come variazioni sul tema, l’orgogliosa modestia del migrante, la molle supponenza del potente, l’ambigua sensibilità del grembo femminile; tre capisaldi inaspettati eppure incontestabili della “nostra” Storia.

Gustave Courbet L’Origine du monde (1866) Musée d’Orsay, Parigi

Tra loro vortica il terrificante e ridicolissimo gioco del potere. Dalle tre arcate metropolitane sullo sfondo, tramite carrelli mobili, vengono traghettati sulla scena – come mossi da una volontà più grande – i tre individui: il migrante ha bisogno del potente perché il suo popolo è ridotto alla fame, il potente ha bisogno della terra del migrante perché ricca di materie prime, la donna è il terzo nel mezzo, desiderata e svilita, lente ironica che ci mostra la piccolezza del ricco e la superbia del povero.

Tanja Ostojic After Courbet, L'Origine du monde (2005)

Tanja Ostojic After Courbet, L’Origine du monde (2005)

La storia ogni volta si ripete, variando i contesti, ma nulla sembra cambiare davvero: in questo processo di oscura integrazione potremmo individuare l’esodo degli Ebrei, quello dei Mediorientali, delle popolazioni est-europee o dei cosiddetti «maiali» contemporanei (P.I.G.S., Portogallo Italia Grecia Spagna); purtroppo però non si riesce a scorgere un’evoluzione, tutto crolla e nessuno sembra prenderne coscienza davvero. Ancora una volta il compromesso che scontenta tutti creerà un altro consenso mai desiderato – il mondo si replicherà identico a sé stesso. Storia senza esperienza.

Foto di scena ©Valentina Tomasulo

Alla fine non può che rimanere rovina e lamento. Così, da un lato vediamo la scena letteralmente esplodere davanti ai nostri occhi (sculture sceniche esplosive Enrico Gaido e Riccardo Donadana/3tolo esplosivo design), mentre dall’altro la musica dal vivo (composta appositamente da Davide Arneoda, Luca Berga – membri della band alt-rock Marlene Kuntz – e la cantante NicoNote) ci restituisce una voce che è testimonianza profonda e dolente di questa storia mai scritta, mai studiata, mai insegnata, eppure toccata con mano dall’uomo di ogni tempo.

Da Sweet Home Europa, dunque, emerge il quadro di un continente che continua ossessivamente a autodistruggersi, concretamente e metaforicamente, nei suoi aberranti giochi di potere che sono tanto economici e politici quanto linguistici e culturali, come se trovasse la sua identità più radicata proprio in questa eterna apocalisse senza fine. Ma il dubbio permane, la premessa di questa convivenza coatta e indotta è un mezzo inganno: perché gli uomini devono continuare a scontrarsi per una storia che non hanno scelto?

Foto di scena ©Valentina Tomasulo

È un nodo che, almeno nello spettacolo, rimane irrisolto. Si potrebbe scandagliare la regia palmo a palmo per cercarne la ragione, ma la risposta non è qui; la scrittura scenica di Fabrizio Arcuri d’altronde valorizza con originalità efficacia ed aderenza il testo di Carnevali, tuttavia è proprio la drammaturgia che sembra compiere un giro di vite dopo l’altro senza penetrare in profondità. Fermo restando che si tratta della prima parte di un «Dittico dell’Europa», Sweet Home Europa rischia di vorticare – con autoironia, si intende – in una spirale pericolosamente vicina a quella criticata; la sua precisione geometrica, linguistica e raffinatamente umoristica mette alla prova il pubblico che a tratti si distrae, fatica a intercettare i pur brillanti richiami, e infine applaude ripetutamente ma con debolezza, come fosse alla ricerca di una reazione interiore che non riesce a scattare. Guarda, scruta, osserva, eppure non sembra cogliere una visione, forse ciò che manca a questa notevole fotografia è l’altrove, quel punto indefinibile che ci spinge a superare le nostre certezze. O come avrebbe detto don Juan Matus:

Impariamo a pensare su tutto e poi educhiamo i nostri occhi a guardare nello stesso modo in cui pensiamo le cose che guardiamo. Guardiamo noi stessi pensando già di essere importanti, e perciò ci siamo convinti di sentirci tali! Ma poi, quando un uomo impara a vedere, comprende che non può più pensare alle cose che guarda, e se non lo può fare, tutto diventa irrilevante.

Teatro India, Roma – aprile 2015

In apertura: Locandina ufficiale – ©Claire Droppert Gravity (Sand Creatures serie)