Foto di scena ©Manuela Giusto

Mad in Europe, o l’identità sulla punta della lingua

Il Premio Scenario 2015 firmato Dematté

«Non si vive in un paese, si vive in una lingua.»
Emil Cioran

“Vivere in una lingua” potrebbe sembrare un’idea alquanto riduttiva, vista l’esistenza contemporanea tutta votata alla “libera” condivisione globale. Eppure, a pensarci bene, è proprio così che viviamo, chiusi nel nostro sistema di pensieri e parole che si lasciano contaminare molto più raramente di quanto crediamo.

Mad In Europe (Premio Scenario 2015) prova a tradurre in linguaggio emotivo e azione teatrale il dramma di questa prigionia. Sulla scena dell’Argot, buio e rantoli sconnessi accolgono lo spettatore; poi un fascio di luce gradualmente illumina una donna che pronuncia parole incomprensibili, come se avesse fagocitato tutte le lingue del Vecchio Continente, finendo per cadere nell’incomunicabilità assoluta.

Una “mad”, una matta in servizio nientemeno che al Parlamento Europeo: l’identità della protagonista si svela grazie alle infrazioni che Angela Dematté (autrice e interprete) commette rispetto ai diversi dizionari delle convenzioni umane. Le basta sciogliersi i capelli, rivolgersi direttamente al pubblico, esprimersi ora in un bizzarro missaggio di lingue ora in italiano, per rompere con i suoi “si può dire?” quel muro invisibile che a teatro è la quarta parete e nella vita è il rifiuto, la chiusura verso sé stessi e quindi verso il prossimo.

Ci si ritrova, così, in una seduta di psicanalisi da confessionale: mentre una voce off ossessivamente riecheggia “quanto ricordi della tua infanzia?”, scopriamo la storia di questa interprete in crisi: fin da bambina, la donna ha covato il desiderio di fuggire da sé stessa, dal suo dialetto, dalla famiglia e dall’iconografia cattolica dell’esistenza che le era capitata per dovere – più che per diritto –  di nascita. Proprio questo rifiuto ha però causato un cortocircuito, un’implosione dovuta all’imminente maternità, alla perdita di ogni certezza, allo smarrimento di quelle ambizioni costruite con lo studio delle lingue, che avrebbero dovuto elevarla dalle radici provinciali.

Ogni volta che Dematté sveste i panni della “mad”, un nuovo tassello trova la propria collocazione in un mosaico più ampio, internazionale, globale – e semplicemente umano: il peso della parola e della lingua nella vita degli esseri umani; l’effettiva esistenza di una identità comune (in questo caso europea); la pazzia e l’isolamento che questa può generare; la maternità quale momento di riflessione sull’origine.

Se il rischio, in partenza, era quello di un contenitore spettacolare, un calderone in cui le intenzioni drammaturgiche avrebbero potuto diluirsi e disperdersi, Mad In Europe invece, forte di una scrittura che strappa il sorriso mentre affonda il colpo, riesce a restare in equilibrio tra la constatazione brillante e la denuncia di quanto siano volubili i significati che attribuiamo ai quei – “nostri”? Ma “noi” cosa vuol dire? – valori fondativi di identità, uguaglianza, libertà.

E allora il corpo di Dematté e l’anima della “mad”, sovrapponendosi, finiscono per essere metafora proprio di quel desiderio di fuga dall’incomunicabilità, dall’odio e dalla indisposizione verso l’altro, che furono culla di intenti per la nascita dell’Europa (intesa come comunità). Un insieme di identità confuse, che oggi si ritrova proprio come la protagonista dello spettacolo: smarrita, poliglotta e bisognosa di un ripasso di storia, per giustificare una geografia emotiva apparentemente incomprensibile.

E noi, quanto ricordiamo davvero della nostra infanzia? della nostra comune origine pre-culturale? Quanto viviamo imprigionati nel linguaggio delle convenzioni?

 Letture consigliate:
• La nostalgia dell’assenza, o della solitudine, di Sarah Curati
• Sweet Home Europa – Fabrizio Arcuri/Davide Carnevali, di Giulio Sonno
• Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni – Deflorian/Tagliarini, di Giulio Sonno
• King Arthur – Motus/Sezione Aurea, di Giulio Sonno

Teatro Argot Studio, Roma – 25 febbraio 2016