Black Sea

Black Sea – Kevin Macdonald

Posti di fronte al capitalistico/amletico dubbio tra essere e avere, sono sicuro che chiunque (forse anche mentendo) penserebbe che sia meglio essere. Non avendo nulla, però, c'è ben poco di cui stare allegri, tantomeno per la propria personalità. L'avere, il possedere per essere delle persone migliori, il riscattarsi: sono queste le tematiche di Black Sea, ultima fatica del regista scozzese premio Oscar Kevin Macdonald, film nel quale viene messo in scena il viaggio di un manipolo di uomini, metà inglesi, metà russi, alla ricerca di un sottomarino leggendario pieno di lingotti d'oro inviato da Stalin a Hitler, ma mai giunto a destinazione, affondato nelle ’acque al largo della Georgia. Nonostante il lauto compenso promesso dal capitano Robinson (Jude Law) a tutti i membri dell'equipaggio, l'avidità degli uomini prende rapidamente il sopravvento, innescando una battaglia in stile last man standing.

Macdonald imbastisce un cast vario e ben assortito: il divo Jude Law (a tratti irriconoscibile) è il capitano, ma il film è strutturato in modo che tutti i membri del sottomarino siano a un certo punto protagonisti della vicenda. Largo spazio hanno quindi anche le vicende della star in ascesa Scoot McNairy, come anche quelle dei famosi attori russi Konstantin Khabensky e Grigoriy Dobrygin.

black sea locandina jude law

Le storie di questi uomini sembrano confondersi, perché hanno in comune il fatto di essere in un periodo buio come le acque profonde in cui navigano: queste esistenze alla deriva cercano riscatto in un'impresa che però è destinata a fallire. Sono pochi i momenti in cui si riesce a respirare: il film ha la capacità di far trattenere il fiato anche per le lunghissime sequenze claustrofobiche; il ritmo è ben orchestrato. Nonostante lo spazio ridottissimo delle scenografie, il direttore della fotografia, Christopher Ross, riesce a fare un lavoro eccezionale, con il risultato che innumerevoli inquadrature sono delle vere e proprie tele su cui pennellate di colore si distendono a rapire lo sguardo dello spettatore, pur forse intaccando l'obiettivo della veridicità tanto caro al regista, la cui mano documentaristica si fa notare ampiamente.

I meriti di Black Sea, però, finiscono qui. I 115 minuti dell'opera si sentono pesanti come un macigno quando il film finisce. Alcuni momenti sono a tal punto dettagliati da far saltare la pazienza negli spettatori meno propensi a questo tipo di analisi certosina. Lo sguardo di Macdonald, forse, tergiversa troppo su alcuni elementi o alcuni personaggi che si poteva evitare di raccontare: in fondo, la caratterizzazione dei suoi dodici protagonisti non è nulla di nuovo. Anzi, spesso si finisce nello stereotipo: cosa che si potrebbe anche perdonare se la macchina da presa non indugiasse così tanto e procedesse spedita verso porti inesplorati. Macdonald si conferma abilissimo nel mettere in scena le reazioni umane, quei movimenti interiori causati da situazioni di pericolo, le risposte emotive e psicologiche di esseri umani vittime degli eventi, di persone senza scrupoli o di situazioni casuali imprevedibili. I suoi uomini, animali messi all'angolo, reagiscono violentemente, avidamente, senza scrupolo alcuno. Lo sporco interiore si riflette esternamente sull'ambiente e sull'aspetto degli individui stessi. Tutto questo è molto interessante, ma per Black Sea non basta di certo.