Cecilia Frode

Stockholm Stories – Karin Fahlén

Nelle opere del drammaturgo russo Anton Cechov si ha sempre l’impressione che non succeda niente: l’immobilismo non riesce ad arrivare a una svolta decisiva, mentre la calma piatta, dominata dai dialoghi, pare prendere il sopravvento sulla scena. In realtà, però, tutto il sistema si trasforma in maniera frenetica. Sembra proprio riprendere questo stile Karin Fahlén, regista svedese del film Stockholm Stories, una delle pellicole più apprezzabili tra quelle proposte al Nordic Film Fest.

Attiva da oltre trent’anni, con vari ruoli nel campo del cinema, della televisione e della radio, Fahlén è al suo primo lungometraggio da regista. Presentato al Chicago International Film Fest del 2013, dove riscuote un’ottima accoglienza da pubblico e critica, il film analizza, con umorismo incisivo e a tratti angoscioso, una condizione – la solitudine – che è anche una delle problematiche più o meno latenti di Stoccolma, una delle città più popolose della penisola scandinava, ma altresì con una rete di relazioni sociali imbarazzante se dovessimo paragonarla a quella di una qualsiasi città italiana.

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Stockholm Stories è un dramma comico a più trame che racconta la vita di cinque persone, le cui strade s’incrociano durante alcune giornate di pioggia nel mese di novembre. Il giovane aspirante scrittore, nonché figlio d’arte, Johan (Martin Wallström) è ossessionato dalla sua teoria basata sulla contrapposizione tra oscurità e luce. Il sofisticato Douglas (Filip Berg), unigenito di una famiglia oppressiva, si innamora di Anna (Julia Ragnarsson), una ragazza mollata da poco dal suo amante e attualmente senza una dimora. Jessica (Cecilia Frode), una pubblicitaria professionista cui viene negata l’adozione perché non ha amici; e infine Thomas (Jonas Karlsson), stacanovista dipendente del ministero distratto da una lettera d’amore casualmente ricevuta.

La regista, grazie a un abile gioco di messe a fuoco e al consapevole indugiare sui dettagli, introietta lo spettatore nelle paure e nelle poche certezze dei protagonisti. L’intreccio sembra “dormicchiare” per buona parte del film, ma è tutto meticolosamente studiato in funzione dell’epilogo: si attende, si temporeggia per creare il giusto climax, la degna conclusione.

Alla fine le vite di questi personaggi, apparentemente agli antipodi tra loro, s’incroceranno; nel bene e nel male entreranno in connessione, alcune si fonderanno e altre si allontaneranno, offrendo un’immagina chiara e inequivocabile di quella bizzarra e sorprendente partita a dadi chiamata vita.