Sonatas and Interludes Fabrizio Ottaviucci

Ottaviucci demiurgo delle sonate di Cage

La responsabilità della conoscenza

Con buona probabilità tu che leggi queste righe sai già bene chi sia John Cage e con altrettanta probabilità non hai alcun bisogno né desiderio del consueto riassunto biografico. Vuoi sapere come sia stato il concerto di Fabrizio Ottaviucci a Romaeuropa. Giustamente. Ma ribaltiamo un attimo la situazione. C’è un particolare che forse ti sfugge. Stimato lettore, tu che conosci e apprezzi Cage, sai di avere una responsabilità?

No no, non è un’accusa, intendiamoci, ma spesso capita di dimenticare che “chi ha di più” (in questo caso conoscenza) ha un dovere nei confronti di “chi ha di meno”. D’altronde, ti sei mai chiesto perché qualcuno arrivi a scoprire di Cage e qualcun altro no, ad esempio? Sappiamo bene che non è soltanto una questione di curiosità.

Ieri sera, a due passi da Piazza Navona, all’interno dello splendido Palazzo Altemps, nel piccolo Teatro seicentesco “Goldoni” (uno dei più antichi di Roma), c’era almeno un quarto di pubblico distratto, svogliato: educato abbastanza da rimanere in silenzio, questo sì, ma non altrettanto da lasciarsi andare all’ascolto. Eppure, caro lettore, sai bene quanto sia toccante, labirintico e rivoluzionario il lavoro di Cage. Sonatas and Interludes, poi, con quegli oltre quaranta oggetti sapientemente inseriti tra le corde del pianoforte, è un orizzonte di suoni concreti, ruvidi, ovattati, esotici, mesmerizzanti, che trasporta altrove, rilasciando quel sapore così intenso e terrigno di materia che si fa vibrazione. Tu questo microuniverso musicale lo conosci, ma lo hai mai condiviso?

Hai mai provato a raccontare agli scettici che non si tratta di intrattenimento per pochi, che la musica contemporanea ci ha liberato dalla fruizione passiva, che ci ha trasformato tutti quanti in artigiani e artefici della nostra vita? Perché ieri qualcuno sembrava aspettarsi il “concerto” e ha perso la libertà, cadendo nella trappola rituale dell’ascolto “cólto “. Ma Ottaviucci non ha mai perso il contatto con quell’orizzonte, neanche di fronte all’andirivieni di motocicli starnazzanti, al cigolio dei carrelli sui sanpietrini o al vociare verace dei romani che veniva dalla strada innescando il solito inutile lamentoso mormorio di commenti di un’altra buona porzione di pubblico distratto.

Ottaviucci era lì, immerso, simbiotico, proiezione di quella stessa musica che “parla” a tutti nell’esperanto di Cage. Un demiurgo del piano alla stessa maniera di Roberto Latini o Chiara Guidi con il teatro e la voce. Un artista dalla dedizione totale, come mistica. Eppure quel gesto estatico carico di rara sensibilità a qualcuno è rimasto completamente oscuro.

Allora, caro lettore, tu che hai la sensibilità per immaginare tutto questo, per pentirti forse di non esserci stato, per saperlo raccontare a tua volta: contatta qualcuno, accennagli di Cage, invitalo all’ascolto. Fa’ che domani non siano solo tre quarti di entusiasta platea a capire tutto questo, ma che anche altri ne possano godere, senza elitarismi o intellettualismi di sorta. Perché la conoscenza è responsabilità: l’ignoranza altrui pesa sempre sul nostro silenzio.

[Per saperne di più, leggi il foglio di sala a cura di Luca Del Fra]

Ascolto consigliato

Teatro Goldoni, Palazzo Altemps, Roma – 24 settembre 2015