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Primavera sulle lapidi, narcisi a casa

Il funerale sospeso del Premio Dante Cappelletti

Se un albero cade in una foresta dove non c’è nessuno, fa rumore?

A giudicare da quel che è accaduto ieri sera al Teatro India, verrebbe la tentazione di rispondere “no”. Secco, senza tante esitazioni. Ma quasi alla stessa maniera paradossale dei kōan zen, ieri, di fatto, non è che non sia accaduto nulla, no, è avvenuto il suo contrario: è non-accaduta la dodicesima edizione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti”. Per il secondo anno consecutivo, fra l’altro.

A differenza di tutto ciò che viene a mancare, però, ieri quell’assenza ha preso sostanza. E la ha presa in due modi: uno voluto, consapevole, profondo, costernato e dignitoso, dolente e lucido, nell’allestimento scenico di Marcello Sambati, che insieme alle elaborazioni sonore di Antonia Gozzi e Martux_M (ne diremo a breve) ha trasformato il palco vuoto dell’India in un cimitero di memorie dimenticate; uno invece non voluto, superficiale, comodo e silenzioso, opportunista e anche un po’ vigliacco, che è stata l’assenza di chi non ha voluto prendere parte a un rito, neanche se n’è preoccupato, neanche si è incuriosito.

Foto di scena ©Michele Corleone 2017

Dov’era la critica ieri? Dov’erano gli artisti? Dov’erano gli spazi emergenti, le nuove generazioni, gli operatori? Dove erano gli indignados del proprio ombelico? Dov’erano questi sedicenti militanti, paladini, alfieri del teatro che tanto abbaiano – sgraziati e disgraziati – sui social ogni giorno? Non pervenuti. Ma sì, ma sì, ognuna avrà la sua onorevolissima ragione. Sia mai che qualcuno si metta la mano sulla coscienza.

Ma perché? era un evento imperdibile ieri sera? Niente affatto, per questo la loro assenza è tanto più grave. Perché significa che senza il grande evento non ci si mobilita più. Come l’assemblea di dieci giorni fa sempre all’India: è la morale del “se fate qualcosa io ci sono”. Tradotto letteralmente: ora non faccio nulla, se voi prendete iniziativa anche per me, magari vi seguo. Attivismo ai tempi di facebook.

Philip Pearlstein Two Models with Mirror and Painting (1982), ©2017 Philip Pearlstein

Ora, il punto non è glorificare il “Dante Cappelletti” o cospargersi di cenere il capo, ma chiedere a sé stessi come si fa a pretendere che qualcosa cambi se si continua ad agire nell’ottica miope del risultato immediato. Certo, si dirà, molti hanno creduto alla favola degli 80 euro ieri, o a quella dell’ICI l’altro ieri—che vi aspettate? Ci aspetteremmo che ci fosse meno grettezza nel mondo culturale. Ma non per spirito poetico o ardore romantico, ma perché “ritorna”. E se non vogliamo limitarci alla lucida analisi di Civica e Scarpellini (v. La fortezza vuota), basta leggere i testi di Domenico De Masi – sociologo del lavoro, consulente internazionale – per capire che la disoccupazione è inversamente proporzionale alla formazione. Vale a dire, che senza investimento sulla ricerca non può esistere lavoro. O a voler essere proprio terra terra: l’ignoranza non produce ricchezza, la accentra.

Se tendiamo invece alla legge del minimo sforzo, cioè al riciclo di idee logore, trovate misere, stilemi rugginosi, però imbellettati, ruffiani, furbetti, o – per dirla romanamente – “paraculi” come la stragrande maggioranza di ciò che abita teatrini e teatroni italiani (e il discorso è estendibile anche alle altre arti e mestieri), se insomma puntiamo solamente al consenso imminente, il presente collassa su sé stesso negando ogni futuro. Da lì la domanda: ma ci facciamo o ci siamo?

Eric Fischl Scenes From Late Paradise: The Welcome (2007), ©2016 Eric Fischl

Il “Dante Cappelletti” a cosa “serve”? A non accontentarsi, innanzitutto. La ricerca è tale perché non insegue un risultato, persegue un processo, che serve in quanto tale, non in quanto strumento per conseguire qualcosa di commerciabile. Veramente vogliamo continuare ad assecondare la cecità liberista dell’utilitarismo? È questo che ci stiamo augurando per ora e per gli anni a venire? Perché le prime “vittime” di questo gioco sono le nuove generazioni, che lo hanno assimilato presto e sono sempre più prone a un facile – inquietante – cinismo (la nuova virilità del XXI secolo).

©Michele Corleone 2017

Ed eccoci, allora, ieri a passeggiare nell’incertezza del presente, sulle assi dell’India, in una sorta di cimitero astratto; passeggiare tra piccoli fogli di carta, bianchi, tutti uguali, come tante lapidi vuote e svuotate di una storia che nessuno più torna a – non tanto ammirare o assecondare ma quanto meno – ereditare; passeggiare tra le ombre di questo strano reticolato di luci a terra e smarrirsi nella mancanza di direzione; passeggiare con un fiore tra le mani, “illùminalo” ci hanno raccomandato i bambini all’entrata; passeggiare e posarlo a terra, su quella carta bianca che sa di morte annunciata, di tomba di ignoto, di vincitori vinti dalla desertificazione; passeggiare tra le voci infestanti di questi protagonisti morti – pur vivi –, di questi spettri che in questo campo trovarono terra dove crescere; passeggiare tra i loro ricordi, i loro percorsi, le loro speranze; passeggiare in uno spazio che è tempo negato. Ecco, quello di ieri è stato un rito dell’assenza. Un’assenza che si è lasciata vedere—presente, toccante, ma mai patetica. Molto dignitosa. Assenza, presenza, trasparenza.

©Michele Corleone 2017

Se andiamo avanti di questo passo, invece, possiamo pure cominciare a trasformare i cimiteri in pisciatoi pubblici. Pardon, orinatoi. Sarebbe più onesto. Siamo la società dei consumi, giusto? Ebbene, nella società dei consumi tutto si omologa a prodotto. La morte è solo un posto che si libera. Quando qualcosa viene a mancare neanche ci facciamo più a caso, ormai, neanche abbiamo più il tempo di chiederci se ci mancherà, perché è subito rimpiazzato da altre dieci. Qualità minore? Chi vuoi che ci badi, l’importante è non lasciare il buco.

Ritrovarsi a celebrare un funerale possibile ma non ancora definitivo, oltre che a essere una preziosa manifestazione artistica (installativo-poetica), diventa dunque un importante monito. Questo vuol dire che tutto ciò che è uscito dal “Dante Cappelletti” è oro? Assolutamente no, ma sicuramente non è vero il contrario. Quindi—la sua necessità (per sostenere il premio clicca qui).

Louise Bourgeois The Couple (2006), Parco Comunale di Via Piantanida a Origgio (VA)

O altrimenti: siamo contenti di vedere spettacoli mediocri? Allora nessun problema, da domani la mediocrità si chiamerà qualità: ci penserà la stampa a dirlo e il pubblico a ripeterlo, tanto di stampa mediocre o opportunista grazie a dio non ne siamo mai a corto. Però se a qualcuno mai venisse in mente che forse il teatrino dei successi, dei consensi, dei numeri sia una farsa, riuscita male peraltro, allora sarà il caso di farsi un’analisi di coscienza. Non “se fate qualcosa io ci sono” ma “io intanto cosa sto facendo?”. Ma no, ma no, è vero!, che sciocchi che siamo: tutti sono onestissimi e bravissimi e innocentissimi, è che c’è un complotto. È colpa della politica mica della società.

Se un albero cade in una foresta dove non c’è nessuno, fa rumore? Lo farà pure, ma qui il problema è che la foresta è affollata e tutti fanno finta di non sentire.

Ascolto consigliato

Teatro India, Roma – 6 marzo 2017

(In apertura: Anish Kapoor Inner stuff (2012), particolare ©MACRO, Roma – in mostra fino al 17 aprile 2017)