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Passengers – Morten Tyldum

Nello scenario delle pellicole di fantascienza dal titolo essenziale e intrigante, dopo la “Gravità” e prima dell’”Arrivo” sono i Passeggeri ad essere al centro del nuovo film di Morten Tyldum, già dietro la macchina da presa di The Imitation Game.

Durante un viaggio verso una colonia spaziale, tutti i passeggeri sono ibernati ma Jim (Chris Pratt) si risveglia novant’anni in anticipo a causa di un’anomalia sulla nave. Dopo un anno, preso dalla solitudine e colpito dalla bellezza di Aurora (Jennifer Lawrence), decide di svegliarla per avere compagnia, sapendo che l’ibernazione è irreversibile. Tra i due nasce una storia d’amore ma Jim deve convivere col terribile segreto, mentre la coppia dovrà fronteggiare il progressivo accumularsi di anomalie nella navicella.

Tyldum compie un balzo nel futuro e mette in scena una storia dal marcato impianto estetico. Colpisce subito la spettacolare ricostruzione dell’enorme nave spaziale, casa e trappola dei protagonisti. Architetture spettacolari, servizi all’avanguardia, possibilità quasi infinite; ma non appena essa da perfetto mezzo di trasporto si fa prigione, emerge lo straniamento dovuto al contrasto tra il desiderio di esplorare questa meraviglia di tecnologia e comfort e la necessità irrealizzabile di evadervi.

Il film si compone di stilemi già collaudati da altri lavori, aggiornandoli e adattandoli: il debito verso 2001: Odissea nello spazio è dovuto per la citata estetica ma anche per le avarie in una navicella apparentemente sicura (vedi l’indimenticabile Hal 9000); gli Alien hanno insegnato le fughe e il senso di claustrofobia in una nave spaziale; la storia d’amore che nasce in un contesto di tragedia imminente è un classico dei disaster movies – il cui esempio contemporaneo più lampante è forse Titanic di James Cameron – al punto da pensare che oggigiorno sia più originale non inserirla.

Lo sviluppo della fase amorosa è tuttavia la parte più convincente della pellicola, grazie ai tempi giusti e alla buona interpretazione di Pratt e – soprattutto – la Lawrence. Il fatto che poi l’amore e il conseguente senso di rinascita di Jim (il nome Aurora non è scelto a caso) risalga a un suo gesto eticamente terribile definisce una dimensione più completa del suo personaggio, di cui non conosciamo molto. Se però il citato Titanic eccelle anche nella messa in scena visiva ed emozionale della catastrofe, in Passengers si avverte un senso di pericolo che si localizza rapidamente in quello che sarà il nodo centrale da risolvere, affrettandone la conclusione e dipingendo l’iter risolutivo in modo un po’ inverosimile.

Nonostante l’assoluta legittimità del messaggio – l’uomo è passeggero nel viaggio della vita e pertanto il bello non è l’arrivo ma il tragitto – ci troviamo di fronte a un’opera ibrida nel genere che non trascina come dovrebbe. Rimane comunque un’interessante esplorazione dell’animo umano: la solitudine, l’amore e il suo potere salvifico in qualsiasi contesto.