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On the Milky Road – Emir Kusturica

Diciotto anni sono passati dal Leone d’Argento vinto da Emir Kusturica a Venezia con Gatto nero, gatto bianco. Un film fondamentale della filmografia del regista di Sarajevo. Dopo Underground, vertice assoluto e punto di non ritorno umano e politico prima ancora che artistico (Kusturica da allora è persona non grata nella natìa Bosnia allora sconvolta dalla guerra civile), Gatto nero, gatto bianco è un film straordinario ma anche la porta aperta sulla stagione meno felice del cinema di Kusturica, fatta di una fuga decisa nel fantastico, nel bozzettismo rurale coniugato in modi espressivi che dalla personalissima cifra stilistica – impossibile confondere un’inquadratura di Kusturica con quella di qualcun altro – sfocia nel manierismo sempre più freddo e povero di idee. Ecco quindi che dopo i trascurabili La vita è un miracolo e Promettilo! il sospirato nuovo lungometraggio On the Milky Road portava con sé decise aspettative, facendo del ritorno in laguna di Emir Kusturica uno degli eventi più attesi di questa Mostra del Cinema.

Qual è lo stato di salute del cinema di Emir Kusturica? Potremo raccontare di una nuova evoluzione, assistere allo sgorgare di nuova linfa in una vena creativa da troppi anni troppo a secco? On the Milky Road è un film in cui emergono elementi di novità importanti, uno sforzo verso il superamento dell’’impasse genuino, mettendoci fisicamente la faccia Kusturica per la prima volta recita come protagonista in un suo film, ma la sensazione che lascia è ancora una volta quella di un cinema irrisolto.

Un gruppo di oche attraversa l’’aia, un orologio dagli ingranaggi enormi e cervellotici segna il tempo, soldati serbi ignorano con spavalderia dei bombardamenti, una baba, nonna, dal sorriso sdentato dirige la casa con piglio autoritario. L’’apertura di On the Milky Road getta lo spettatore nel più confortevole dei luoghi comuni d’autore, Kusturica è dove lo abbiamo lasciato. Mentre la firma della pace si avvicina, in un villaggio di montagna il soldato-lattaio Kosta (Kusturica) si innamora, ricambiato, della Sposa (Monica Bellucci), una profuga promessa a un signore della guerra locale (Miki Manojlovic) ma furiosamente ricercata da un generale della Nato. Per coronare il loro amore dovranno sfuggire alla violenza degli uomini d’armi di entrambe le parti.

La guerra civile che ha insanguinato i Balcani ha costretto tutti a prendere una parte, lacerando una città tollerante e cosmopolita come Sarajevo in una sanguinosa contrapposizione di nazionalismi, e il sarajevese Kusturica – laico di etnia bosniaco-musulmana – dopo Underground e lo stigma di autore filo-serbo non ha trovato altra patria che la stessa Serbia che bombardò la sua città. Kusturica interpreta oggi un soldato serbo della Krajina (enclave montuosa di etnia serba tra Bosnia e Croazia, uno dei focolai più violenti della guerra civile) che resta però l’ennesimo eroe incruento e stralunato, fratello maggiore di tanti suoi personaggi precedenti. Un sognatore e un innamorato, soprattutto un uomo a cui la realtà «ha sempre creato problemi» – forse la battuta più personale e metanarrativa della sua intera filmografia – e che da questa realtà è inseguito e sconvolto.

Sì, la realtà è la principale novità di On the Milky Road. Dopo una prima parte solidamente di maniera, indistinguibile dai rurali eden dei film precedenti, con una guerra astratta e pallottole che non colpiscono nessuno nella seconda parte di film Kusturica affronta il trauma del conflitto senza censurarne la violenza assoluta e insensata per la prima volta dai tempi di Underground. Corpi carbonizzati dal lanciafiamme, forze speciali che inseguono gli sposi sui monti, mine antiuomo: il vitalismo dei personaggi fa i conti con il lutto e la violenza, le proverbiali levitazioni questa volta non salvano nessuno.

La realtà continua a creare problemi e Kusturica, a suo modo, sta forse ricominciando ad affrontarla. Non ha ancora smesso di fare i conti con se stesso e con il suo paese che non c’è più, la ferita della guerra civile sanguina e non ammette altro orizzonte, gli anni dall’ultima inquadratura in cui si veda una città sono arrivati a ventuno (1995, Underground, ancora, per sempre?). A 61 anni Emir Kusturica è ancora un figlio in lutto, un apolide che non può fare altro che disegnare in terra i confini di una patria perduta, un regista preda dei suoi fantasmi e incapace di superare se stesso, di crescere.

Underground film kusturica

Underground, Emir Kusturica, 1995

La speranza è che finalmente, con questo film largamente imperfetto, sfilacciato, nato vecchio eppure attraversato da una flebile quanto significativa speranza di avvenuta autoconsapevolezza, Emir Kusturica sia riuscito a mettere un punto. La svolta non è arrivata, il Kusturica di Venezia 2016 è lo stesso degli ultimi venti anni. Forse sarà per la prossima volta, il giovane vecchio ritroverà il suo fiammeggiante talento dopo avere alleggerito le sue spalle di tutte le pietre che l’hanno affossato in questi anni. Un’’intera generazione è nata e cresciuta nei Balcani senza avere conosciuto l’’orrore di Srebrenica, di Sarajevo, delle bombe Nato. C’è bisogno di padri, Emir Kusturica saprà mai diventarlo?